giovedì 21 febbraio 2013

Prostitute? No, sono schiave

Palermo: manifestazione anti-tratta in ricordo di Favour e Loveth
Un articolo veramente ben fatto sull'Espresso di questa settimana, molto utile per comprendere il business della mafia nigeriana sulla pelle delle donne tra Nigeria ed Europa, oltre i luoghi comuni.

Il negozio me lo indica con un cenno mentre ci passiamo davanti. Il quartiere è quello della Maddalena, decantato da De André. Dietro la vetrina, una ragazza nigeriana parla con una coetanea. "E' una Maman" mi spiega "una sorta di maitresse. E questo negozio è stato aperto grazie alla collaborazione di un italiano cui poi hanno regalato una ragazza per riconoscenza. In generale, tutti i negozi di parrucchiere o di cosmetici sono di copertura, servono a mascherare il traffico di ragazze". Ad accompagnarmi in giro per Genova è Claudio Magnabosco, fondatore dell'associazione "Le ragazze di Benin City" e marito di Isoke Aikpitanyi, una ragazza nigeriana vittima di tratta, ridotta in coma quando nel Duemila decise di sottrarsi ai suoi aguzzini. La raggiunsero in un parco a Torino quando era appena fuggita, la circondarono in tre e la picchiarono selvaggiamente finché una signora, attirata dalle urla, non chiamò la polizia. Isoke rimase in coma per tre giorni e le dovettero ricostruire l'arcata sopraccigliare.

L'operazione antitratta. Quello della tratta di esseri umani è un fenomeno di cui non si parla quasi più, come hanno denunciato anche i responsabili di Caritas Immigrazione durante il coordinamento della scorsa settimana: un traffico semiscomparso dalle cronache nostrane. Eppure proprio a gennaio una maxi operazione ha portato a ben 55 arresti, smantellando una rete internazionale che dall'Africa portava migranti in Italia. In manette è finito addirittura un mediatore culturale dell'Ambasciata italiana a Nairobi. Roba da prima pagina. E invece niente. E anche il giro d'affari era di tutto rispetto: circa 25 milioni di euro e proveniva dalla contraffazione dei documenti, dai proventi dei viaggi e dal vero e proprio commercio di persone.

Questione di Pil. In Nigeria, mi spiega Claudio, la tratta di esseri umani copre una percentuale del Prodotto interno lordo nazionale ed è gestita ad altissimi livelli. "Persone vicine alle istituzioni, molto potenti, che non si sporcano direttamente le mani ma gestiscono nell'ombra". E Claudio racconta la vicenda di Isoke: quando la ragazza chiamò i genitori sperando che potessero aiutarla, il padre, un funzionario del Tribunale, dopo qualche giorno le fece sapere che non avrebbe potuto far nulla: le coperture erano troppo potenti. "Si parlava, all'epoca, della moglie del governatore dell'Edo State, ma non ci sono prove". [...]

lunedì 14 gennaio 2013

La percezione del femminicidio e della violenza fra le vittime della tratta

Copio e incollo questo contributo di Isoke Aikpitanyi, pubblicato su Maschile plurale:

"Che succederebbe se le donne uccise in italia non fossero 100 ma 4000?"
E' una ipotesi, una provocazione? No, è un calcolo proporzionale riferito alle nigeriane uccise in Italia...per non dire delle donne dell'est, delle latine e delle altre straniere.
Il numero di donne italiane uccise nel 2012 ha superato le 120 unità; ogni giorno durante tutto l'anno è uscito un vero bollettino di guerra con nuove vittime del femminicidio.
Nei giorni scorsi, con alcune ragazze nigeriane che con me portano avanti l'Associazione vittime ed ex vittime della tratta, dando accoglienza e sostegno a giovani vittime, si siano incontrate a Genova per decidere come operare nel 2013.
Tira un'aria molto brutta per le nigeriane... eppure continuano ad arrivare in Europa e in Italia.
Solo nel 2012 in Italia sono state assassinate dieci nigeriane.
Dieci che rientrano nel numero delle donne vittime di femminicidio?
Alcune sì, altre no perchè non tutte le donne italiane e non tutte le donne impegnate contro il femminicidio contano tutte le donne assassinate e perchè comunque non esiste una lista del tutto attendibile sul numero complessivo delle donne uccise.
Ma anche quando avremo superato questo problema e tutte saranno sempre e comunque conteggiate e considerate, noi vittime della tratta faremo fatica a far capire che la percezione della morte e della violenza, fra noi è molto più forte e drammatica che fra le donne italiane.
Non è una questione banale: è che dieci nigeriane uccise su 15 mila (tante sarebbero secondo alcune stime e tante sono "tutte" quelle che secondo le stime sarebbero presenti in Italia) sono una enormità.

Nella indagine che tre vittime della tratta hanno realizzato nel 2011, avvicinando mille  ragazze nigeriane in Italia, è emerso che ciascuna di quelle mille ne conosce circa 10/15 altre: è come se attraverso di loro mille le avessimo avvicinate tutte quindici mila. E quando una è uccisa, sicuramente o la conoscevamo di persona o la conoscevano altre a noi molto vicine. Questa prossimità umana, questa conoscenza diretta e personale rende più penoso il dramma e rende più grave il terrore di poter essere uccise.
Ho scritto nel mio primo libro che le ragazze che sono costrette ad andare in strada, ogni sera prima di uscire di casa pregano Dio di non incontrare un balordo che le violenta e le uccide e di incontrare, invece, un uomo buono le aiuta.
La morte comunque è lì, brutale non solo quando conosci personalmente la vittima, ma anche quando ricordi che tu stessa l'hai scampata. Io l'ho scampata ..! E tantissime hanno rischiato o sono scampate.
Che 100 e passa donne italiane possano essere uccise è osceno, ma se le italiane fossero uccise con la stessa frequenza con la quale sono uccise le nigeriane, le donne uccise in Italia sarebbero 4 mila! Per fortuna questa è solo una ipotesi, ma è solo considerandola che le donne italiane potranno capire cosa si agita nell'animo di tante altre donne straniere e, quanto meno nell'animo delle nigeriane..
Se poi aggiungiamo la morte e la violenza che queste donne subiscono durante i loro viaggi, il quadro di insieme che ne esce diventerà insopportabile.
Ricordo, inoltre, quando mi intervistarono sugli stupri patiti dalle vittime della tratta: un giorno si e l'altro anche...- risposi - tanto che mi venne da dire che ogni africana violentata è una donna bianca che la scampa... Lo dissi intervenendo alla Casa Internazionale della donna, a Roma. Mi dicono sempre che è una frase terribile, ma è vera ed è anche peggio perchè noi siamo lo sfogatoio sessuale e di violenza dei maschi in Italia, maschi non solo italiani, si badi.
Questa nota ha lo scopo di evidenziare che contro il femminicdio bisogna mettere in campo molte energie, energie differenziate, ma che bisogna anche mettere in campo molte sensibilità diverse e bisogna avere la lucidità per conoscere il problema sotto tutti i suoi aspetti; il che vuol dire che la percezione della gravità del problema è diversa per le donne straniere e per le donne italiane, e vuol dire anche individuare che cosa bisogna fare per stroncare questo dramma.
Noi vittime ed ex vittime della tratta sappiamo, per esperienza, che i centri antiviolenza non sono operativi a nostro favore e lo sono solo in parte a favore delle donne straniere; non è una accusa o una critica. E' che i centri antiviolenza sono nati per una tipologia di attività rivolte soprattutto alle donne italiane; sono aperti anche alle straniere che, però, conoscono poco i servizi ai quali potrebbero rivolgersi per avere sostegno. E non è certo colpa loro, di queste donne.
Bastarebbe analizzare i dati dei centri antiviolenza per scoprire che questo è vero e che, quindi ci vorrebbero, tanto per cominciare, più attività di mediazione per far conoscere i servizi alle straniere e per accompagnarle ai servizi.
Per assurdo anche in un conto generico del numero delle donne uccise, una variante tra il 15 e il 25% delle donne vittime di femminicidio è costituita da donne straniere, ma le donne straniere non sono il 15/25% della popolazione femminile, sono molte di meno, il che evidenza ancor più che proporzionalmente, il numero delle straniere uccise è molto elevato.
A favore delle vittime della tratta sono previsti servizi diversi dai centri antiviolenza; ma se contro il femminicidio si chiede solo di rafforzare i centri antiviolenza, vuol dire che per le vittime della tratta si fa poco; i servizi antitratta sono quasi tutti a rischio di chiusura, sono privi di finanziamento, lo ha detto perfino don Gallo, alla Commenda, domenica 16 dicembre. Quindi contro il femminicidio bisognerebbe chiedere il rafforzamento dei centri antiviolenza e dei servizi antitratta.
Altrimenti ad un problema gravissimo come il femminicidio, si rischia di rispondere con una proposta risolutiva che lo affronta solo in parte.
Bisognerebbe anche mettere in campo la capacità di analizzare seriamente e serenamente cosa è stato fatto prima che i centri antiviolenza (e i servizi antitratta) perdessero la maggior parte delle risorse. Bisognerebbe guardare i risultati ottenuti e quelli non ottenuti e, magari, cambiare qualcosa.
Questo perché se le lotte delle donne e, in particolare, di SNOQ contribuiranno ad aumentare il numero delle donne impegnate in politica e nel governo, a me e a noi vittime ed ex vittime, nessuna donna che sta correndo in politica o che sostiene donne che correranno in politica, ha ancora detto che cosa farà per affrontare i problemi del femminicidio delle donne italiane e di quelle straniere: dobbiamo aspettare che siano elette per conoscere i loro programmi in merito?
Tutte queste criticità alimentano un senso di isolamento delle vittime della tratta dal resto della società civile, il che vuol dire che non credono nella possibilità di uscire dalla tratta e di inseririsi normalmente nella società civile, quindi non credono nei servizi, non credono nelle persone che parlano di loro, di noi, senza dire esattamente che cosa intendono fare.
Questo è un problema che riguarda le donne, perché queste rassicurazioni, gli impegni conseguenti e le decisioni nuove che dovrebbero essere adottate, le donne italiane DEVONO renderli espliciti a tutte le donne, utilizzando soprattutto il canale e lo strumento di operatrici pari o di mediatrici che provengono dagli stessi paesi delle donne alle quali bisogna parlare.
Il numero di queste donne "operatrici" è molto basso; chiediamoci allora come mai apparentemente mentre a molte donne italiane e a molti uomini è stata offerta è stata offerta la possibilità di lavorare, con uno stipendio, nella realtà della tratta, pochissime vittime ed ex vittime hanno avuto questa opportunità, quando è chiaro che le operatrici pari detengono la capacità spontanea di esser concrete; formare e valorizzare queste capacità spontanee sarebbe stato un investimento positivo, ma NON è stato fatto nulla in tale direzione.
Anzi neppure tutte le mediatrici in campo  sono delle "pari", ma sono semplicemente donne che provengono dallo stesso continente: è come se a sostenere una donna sarda che proviene dalla profonda barbagia, si impegnasse una finlandese, solo perchè sono entrambe europee. A stento riusciranno a parlarsi.
Non aver favorito l'auto-rappresentatività delle vittime e delle ex vittime è un problema concreto: se lo proponeva tanti anni or sono Leopoldo Grosso, numero due del Gruppo Abele e io gli ho dato ascolto fondando l'associazione vittime ed ex vittime della tratta che, però fatica a farsi ascoltare, perchè io fatico a rappresentarla operando in modo autogestito ed autofinanziato, e perché non mi si riconosce - a me e alle altre che operano con me - l'autorevolezza di quel che diciamo.
Invece di ascoltarci le donne italiane preferiscono fare il possibile per rappresentarci loro, prendendosi tutto lo spazio, cercando di capire, intepretare e rappresentare noi che vorremmo farlo direttamente. In questo modo si creano difficoltà tali che molte rinunciano e molte si adattano: alcune si adattano a prostituirsi, anche se non volevano prostituirsi, altre si adattano a diventare operatrici in un sistema che fa quel che può, certo, non si riuscirà mai a fare molto!) anche se sono consapevoli che si potrebbe fare molto di più.
Il titolo di questo breve documento, spiega quale è la percezione del femminicidio e della violenza tra le donne vittime ed ex vittime della tratta e, in particolare, tra le nigeriane che hanno un minimo di organizzazione per rappresentarsi, per auto-rappresentarsi.
Le nigeriane sono escluse dalla società bianca, vivono all'interno della loro comunità africana, percepiscono suoni esterni che, per loro, sono tutti suoni spaventosi, ma se a sfruttarle contribuisce il pastore pentecostale al quale si affidano, anche questo è peggio di ciò che le donne italiane subiscono dalle parole vergognose di un prete cattolico sessuofobo: i pastori, i finti pastori nigeriani, spesso sono i nostri sfruttatori...nessuno scende in piazza per questo e noi non possiamo farlo, perché siamo sole.
Provate ad immaginare, allora se non 100 ma 4 mila donne italiane fossero uccise ogni anno, pensate a quale angoscia, terrore vero si impadronirebbero delle donne se il dramma fosse questo.
Beh per noi vittime ed ex vittime, la situazione è esattamente questa.

mercoledì 19 dicembre 2012

Una legittima necessità (testimonianze - 6)


[Link all'originale: http://secretdiaryofadublincallgirl.wordpress.com/2012/08/19/a-legitimate-need/
Traduzione di Gabriele Lenzi che ringrazio]

C'era questa faccenda di Annawas14 su twitter l'altro giorno e stavo facendo il mio accesso settimanale/mensile per curiosare su twitter quello stesso giorno. Non sapevo di questa faccenda, ma sono finita a guardare alcune delle cose dette.
 
Oh rete. Ti amo e ti odio nella stessa misura.

Una cosa che qualcuno aveva detto mi ha davvero irritata. Era qualcosa più o meno come: "Criminalizzare una legittima necessità nella comunità non è un beneficio per nessuno." O qualcosa con questo significato. Una formula accattivante, devo dirlo.

Mi ha veramente, profondamente irritata.

Gli orgasmi non sono una legittima necessità. Mi è già capitato di fare questa puntualizzazione. Gli orgasmi sono il motivo per cui gli uomini incontrano le escort. Non ci vanno per la personalità attraente della prostituta o per la conversazione accattivante che può nascere o per l'atmosfera dell'ambiente in cui lei li accoglie. Ci vanno per fare sesso. Possono anche, incidentalmente, essere tristi, soli, patetici, qualsiasi cosa, ma ci vanno per fare sesso. Fine della storia. Possiamo per favore almeno superare questo punto, prima di tutto. Il sesso è il motivo per cui esiste la prostituzione. La prostituzione vende sesso. Gli uomini vogliono sesso.

Chiarito questo, sto presumendo che questa persona deve pensare che il sesso in sé sia una "legittima necessità".

No.

Il sesso non è una necessità. Non è un diritto umano. Il cibo è una necessità. L'acqua è una necessità. Se non ci procuriamo cibo o acqua moriamo. Se non ci procuriamo sesso moriamo. Ah no aspettate, non è che moriamo, semplicemente si è frustrati. Poi ci si abitua. E se il sesso è una "legittima" necessità, che cos'è una "illegittima" necessità mi chiedo? E perché questa "necessità" è solo per gli uomini? Senz'altro se il sesso è una "necessità" allora anche le donne devono necessitarlo regolarmente, per non consumarsi, così come sembra che capiti agli uomini. Eppure in qualche modo il mercato di prostituti non sta esattamente decollando. Gli uomini non vengono recensiti. La misura e la forma del cazzo degli uomini non viene discussa. Questa è divertente. Voglio dire: se il sesso è una necessità, perché queste cose non succedono?

Non ho fatto sesso per un lungo, lungo periodo, e molto tranquillamente sto bene. Ho un desiderio sessuale assurdo ma in qualche modo, in qualche modo, tiro avanti. Ho delle amicizie - sia maschi che femmine - che non hanno fatto sesso per anni. Siamo ancora vivi. Nessuna di queste persone si è consumata. Nessuna ha attraversato una furia omicida o stupratrice o ha intrapreso comportamenti depravati. Tutti i nostri organi sessuali sono ancora lì. Niente è marcito o si è staccato o ha chiuso bottega.

Ho anche sentito di gente che quando non può far sesso fa qualcosa. Com'è che si dice… desiderano avere un orgasmo ma non hanno partner o trombamici o cosaltro.

Ah sì. Si masturbano.

Si procurano un orgasmo da sé. Lo so. Geniale. La gente lo fa ogni volta che si rende conto che la loro "necessità", il "diritto umano" all'orgasmo non è soddisfatto. Pretendere che i bordelli siano un'ottima cosa perché provvedono alla "necessità" degli uomini (un orgasmo. Stiamo parlando di un orgasmo, forse due) è l'argomento più ridicolo che abbia mai sentito.

Ma chi ha scritto questo tweet non stava semplicemente dicendo che il sesso è una necessità, no. Stava dicendo che pagare per fare sesso sia in qualche modo una necessità. Neanche ho una risposta a questo. Fare sesso o averne bisogno è una cosa. Pagare per farlo è una cosa completamente diversa. E' un maledetto hobby. E' "divertirsi un po' " nella pausa pranzo prima di andare a casa dalle loro mogli.

Qualcuno sembra pensare che le prostitute salvino le "altre" donne dallo stupro. Trattenetemi. Immagino che queste persone credano anche che sia impossibile stuprare una prostituta. Che tipologia di donne ci sarà mai per "salvare" la prostituta dallo stupratore? Gli stupratori stuprano. Stuprano le nonne e le adolescenti e le prostitute e le proprie mogli. Stuprano le donne. Stupratori e uomini che sono sfortunati nel settore delle relazioni sessuali sono due cose parecchio diverse. Ma non entro in questo perché se lo faccio potrei davvero consumarmi alla fine.

E quale sarebbe questa "comunità" di cui parla? Una necessità legittima nella "comunità". Come una sorta di "centro sessuale" con finalità etiche. E' come se pensasse che il bordello di "Shameless" fosse una rappresentazione realistica della realtà. Dio mio. Riesco a pensare ad alcune "necessità legittime" in diverse comunità. Di cosa hanno bisogno le comunità? Integrazione, comunicazione, un senso di comunità, stato sociale, supporto sociale per i senzatetto e i tossicodipendenti, centri per la salute, centri sociali per bambini, polizia, sicurezza, facile accesso al sesso a pagamento…

Scherzo. Le comunità ovviamente non hanno bisogno di bordelli per svilupparsi. Che idea ridicola. Che idea offensiva. Si tratta di una parola accattivante per rendere la formula accattivante. Rimanda a gente che vive insieme e lavora insieme, si aiuta a vicenda, consiglia Alisha la polacca a un amico cliente perché lei è così amichevole e non richiede costi extra. E' questo il tipo di comunità a cui si sta riferendo? Perché non ho mai fatto parte di una comunità che "necessitasse" di un accomodante bordello locale.

Oibò.



domenica 25 novembre 2012

25 novembre

Oggi, giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne, pubblico le parole di una mia carissima amica e compagna di lotta, Ilaria B., che a caldo mi scrive le sue impressioni su un importante convegno che si è tenuto il 21 e 22 novembre a Milano, a cui avrei desiderato tanto essere presente: "Le parole non bastano", organizzato insieme dalla Casa delle donne maltrattate di Milano e Maschile plurale. Grazie, Ilaria.

Il convegno “Le parole non bastano” è stato, io credo, un evento di un peso e un’importanza che forse nemmeno ancora riesco completamente a immaginare, e che certamente si farà sentire, spero con effetti immediati e molto concreti. 
E non semplicemente perché è stato voluto e organizzato insieme da donne e uomini – certo anche, e non è una cosa da poco – ma soprattutto per le energie, le idee e in primo luogo l’esempio concreto di un nuovo tipo di relazione possibile tra uomini e donne. 
Perché se è vero che è con la relazione tra donne che si esce dalla violenza, come ha detto Marisa Guarneri, una relazione che è in primo luogo una “accoglienza come legame d’amore”, è anche vero che tanti e tante hanno affermato e messo allo stesso tempo in pratica, in due giorni di dibattito davvero appassionante, una relazione nuova, diversa, tra uomini e donne che è l’unica via possibile e praticabile per tentare di sradicare la violenza maschile contro le donne al suo punto di origine. E’ stato infatti ribadito da più parti, e a me pare che non lo si sottolinei mai abbastanza, che non è con la repressione – che, per carità, ci vuole ed è irrinunciabile – ma soprattutto con la prevenzione che occorre affrontare la violenza di genere. E, altra distinzione centrale, non è con interventi istituzionali ma con una collaborazione trasversale e a partire dal basso, dalla comunità, che possiamo sperare di venirne a capo.
Di un convegno che, giustamente, sottolineava il limite delle parole – in modo sottile, naturalmente, perché dialetticamente il potere della parola era continuamente evocato e agito – mi rimane una costellazione di termini e idee che non a caso continuavano a riemergere: emozioni, sentimenti amore, desiderio, relazione. La teoria di quello che è stato detto la conosciamo: è il racconto della difficoltà a fare emergere, a “dire” la violenza per poterla affrontare, curare, sanare, in chi la subisce, in primo luogo, ma non solo. La novità è che si è parlato, e con forza, della necessità di dire e dunque affrontare la violenza là dove nasce, e cioè in un immaginario condiviso sul quale dobbiamo lavorare, a partire, come luogo imprescindibile, dall’educazione, ma muovendoci anche in altri ambiti.
 Quello che è successo (sottolineo successo, e non semplicemente che è stato detto) è che è stato evocato e insieme praticato il tema del desiderio, dell’amore, della felicità. Era palpabile nella forma, sempre dialogica, di un confronto tra uomini e donne, in cui si sono articolati gli interventi. Ma non solo: era proprio la linfa che si sentiva scorrere, era nel pubblico, nelle pause, a pranzo. Una curiosità reciproca, un ascoltarsi attento e insieme entusiasta, dell’entusiasmo di una continua scoperta.
 So bene che si stanno tentando esperimenti di dialogo in più luoghi, in spazi più o meno virtuali, ma questo è stato, a mio parere, qualcosa di molto speciale. Forse perché il “partire da sé” è stato un collante fondamentale, al punto che, direi, nella costellazione delle idee e delle parole che circolavano e dominavano i discorsi, è stato l’idea più forte, la più sottolineata come l’ingrediente fondamentale di ogni risposta possibile praticabile alla violenza. Ne è nata una presentazione di esperienze che ha fatto nascere, a sua volta, nuove idee e proposte. Legate da un filo: la risposta non sta nelle istituzioni e non sta nella repressione. La risposta possibile è nella comunità, nell’attivare le sue risorse, nel cambiamento dell’immaginario, nel portare più persone a riconoscere la violenza e a rivolgersi ai centri antiviolenza. Il ruolo delle istituzioni non è ovviamente privo di importanza, ma è un ruolo che deve prendere le mosse e la direzione a partire dall’ascolto di chi contro la violenza lavora ogni giorno.
Sarebbe importante dare uno spazio a ciascuna delle voci che hanno declinato la relazione e le soluzioni in un intreccio di sfaccettature che dialogavano e si richiamavano. Per oggi deve bastare una parola: educazione. Lo ha detto l'assessore alle politiche sociali, lo ha detto un'antropologa che ha raccolto le voci delle donne che troppo spesso non trovano negli ospedali persone pronte a facilitare il racconto della verità (anche se, va detto, molte volte, per fortuna, le trovano), lo ha detto un magistrato, che ha spiegato che troppi magistrati, la polizia, gli avvocati (donne e uomini, va detto) sottopongono le donne a una ulteriore violenza, spesso scoraggiandole dal denunciare. La violenza per essere combattuta e fermata va in primo luogo riconosciuta e, ancor più fondamentale, detta. Le parole non bastano ma sono il primo strumento che abbiamo, possono essere molto potenti, possono servire a formulare la domanda giusta, alla quale deve seguire un ascolto educato a sentire e accogliere. E agire.

lunedì 12 novembre 2012

Facebook e la pedopornografia

Riporto la traduzione dallo spagnolo di un interessante articolo di Lydia Cacho che denuncia come gli stupratori di bambini agiscano praticamente indisturbati sul famoso social network. Ringrazio le ragazze di Un altro genere di comunicazione e S. per la traduzione. Il testo originale si può leggere qui.

Facebook e il porno - di Lydia Cacho

Fluttuano liberamente nel cyberspazio, sono i siti dei pedofili che, oltre ad abusare di migliaia di bambini e bambine, fanno uso delle loro pagine Facebook per mostrare il loro coraggio, narrando dettagli sulle loro azioni criminali.
"Guarda questa foto, l'ho presa quando aveva quatto anni, tenera e vergine" dice Roberto, che dalla Spagna fa mostra tra le sue fotografie di se stesso, mentre penetra bambine molto piccole. La pagina è stata denunciata a Facebook senza che nulla accadesse, la polizia spagnola non ha un reale potere nei confronti della Società, né ha la facoltà, dicono, di arrestare tutti quei soggetti che pubblicizzano i propri crimini nelle pagine le cui origini possono essere rintracciate con la più semplice tecnologia.
Per fare un'indagine qualche anno fa, mi sono unita ad un gruppo di uomini in rete, le cui conoscenze cibernetiche mi hanno insegnato a rintracciare i pedofili nel cyberspazio e a promuovere cause nei paesi dai quali emergono le immagini.
Un uomo scrive al lato di una foto con una bimba bionda "lei è una delle mie piccole lolite preferite, ora ha dieci anni, ma ha cominciato il sesso da quando ne aveva due".
Un altro risponde: "Oggi ne ha 17, ma ha cominciato a fare sesso a 4 anni ed è una vera cavalla ninfomane" . I soggetti si presentano come “Lolita lovers”, “Babyboylover”, “Il cacciatore di piccoline”, e altri soprannomi. In questi video e foto si vede chiaramente il viso delle vittime. Di tanto in tanto abbiamo denunciato alla polizia postale dei diversi paesi; si mandano i profili dei soggetti e gli indirizzi IP. 
Abbiamo persino localizzato un professore di Veracruz che su Facebook agganciava dei bambini e li manteneva in contatto attraverso il suo blog come professore di educazione fisica. La pornografia infantile è nella maggior parte dei caso una delle modalità del delitto di tratta di esseri umani.
È stato grazie ai cyber-attivisti degli Uomini contro la Prostituzione e la Tratta (Menapat, in inglese), Marcelino Madrigal, Richard Lepoutre e Raymond Bechard, che ho imparato a seguire i cyberpederasti, per poi indagare ed assicurarmi che la la polizia postale non solo faccia il lavoro di persecuzione del delitto (postare e far circolare immagini di pornografia minorile è punibile con la legge in molti paesi, incluso il Messico), ma anche che le indagini portino a rintracciare i posti dove si trovano queste bambine e questi bambini vittime degli abusi.
Un anno fa ho denunciato questo tema durante l'intervista che mi fece Michelle Bachellet durante la consegna di un premio a New York. Ho utilizzato l'assemblea per spiegare il mio lavoro ed esigere che FB rispondesse. Newsweek pubblicò i dati con le prove che avevo portato. Facebook provò a negare le mie affermazioni provando a spaventarmi attraverso i propri avvocati newyorchesi, a chiedermi di smettere di dialogare, e alla fine, a causa deii fatti e delle prove che ero riuscita a far pubblicare dalla rivista nordamericana, Facebook dichiarò che "stavano lavorando sul caso". 
Il mio profilo Facebook, attraverso cui indagavo su questi temi, venne chiuso con la motivazione di "cattivo uso della rete sociale".
E' importante sottolineare che iscriversi a Facebook è gratuito, ma la Società guadagna basandosi sulla sua quotazione in borsa grazie ai milioni di persone che utilizzano i suoi prodotti.
Una fonte interna a Facebook mi ha detto a Washington che non faranno mai quello che ho richiesto di fronte al Senato nordamericano in paesi che non hanno leggi sufficientemente severe per esigerlo. Gli Stati Uniti sono il paese con il maggior numero di utilizzatori di Facebook , seguito da Indonesia, Gran Bretagna, Turchia, India e Messico.
L'unico paese col quale l'azienda collabora nel mantenimento delle foto segnaletiche dei bambini scomparsi sono gli Stati Uniti. Non si tratta di censurare, ma di rendere semplicemente più sicura la rete ed esigere che coloro che guadagnano attraverso di essa facciano anche investimenti etici per protegge l'infanzia.
In Messico esiste una polizia postale, ma non è sufficiente, la cosa più urgente da fare è ottenere che Facebook e tutte le società che si occupano di Reti sociali, incluso Twitter, si assumano le loro responsabilità nel:
1) mantenere le informazioni dei profili denunciati senza cancellare l'impronta che possa condurre le autorità a improgionare l'aggressore.
2) investire le risorse necessarie per bloccare la pedopornografia nelle sue reti.
3) lasciarsi coinvolgere nella creazione di programmi che registrino i volti dei minori abusati, in quei paesi in cui hanno milioni di utilizzatori.
4) smettere di ostacolare gli attivisti che denunciano il loro disinteresse nel proteggere l'infanzia. 
Se anche tu vuole unirti ai più di un milione di firmatari di questa petizione, clicca qui: http://www.causes.com/causes/580526-force-facebook-to-block-all-child-pornography

mercoledì 31 ottobre 2012

Isoke Aikpitanyi, la scrittura come strumento di lotta

Pubblico qui questo ottimo articolo appena uscito sul sito della Società Italiana delle Letterate: 

 ”Tanti uomini che ho incontrato mi hanno chiesto    perché facessi quella vita. Ho risposto chiedendo perché mi venissero a cercare”
«Quando ho letto Le ragazze di Benin City ho pianto. Dopo aver letto  500 storie vere, mi sono detto: devo fare qualcosa e farlo pubblicamente. Non è un semplice libro, provoca reazioni, è strumento di lotta e di cambiamento».
A parlare è Gianguido Palumbo, di Maschile Plurale, palermitano che vive a Venezia, durante la presentazione 500 storie vere, il libro di Isoke Aikpitanyi, a Palermo per  la Giornata europea contro la tratta.  Il libro riporta la testimonianza di altri uomini, venti, tutti ex clienti, che hanno deciso di mobilitarsi pubblicamente a favore di ragazze africane vittime della tratta. In Italia sono più di quindicimila e hanno dato un contributo non indifferente alla realizzazione del libro/ricerca di Isoke perché chi è in grado di avvicinare le vittime, più degli stessi operatori di strada, sono proprio i clienti.
Del resto, racconta Isoke nel libro, come nelle rispondere alle domande del pubblico, il suo riscatto è cominciato quando ha conosciuto Claudio Magnabosco, suo attuale compagno:
«Iniziammo insieme un percorso che avrebbe portato me fuori dalla tratta e lui fuori da un senso di impotenza contro i trafficanti, e di colpa per esserne stato complice. Scrisse un romanzo verità Akara-ogun e le ragazza di Benin city che diventò un manifesto. Molti  uomini arrivavano a casa nostra con ragazze africane in cerca d’aiuto. Cominciai ad occuparmi di loro, le accoglievo in casa, e nacque il progetto La ragazza di Benin city. Non volevo limitarmi a dire poverine quanto hanno sofferto, volevo creare una rete  per dare alle ex vittime della tratta la possibilità di dare sostegno a ragazze ancora vittime. Per raccontarsi  e darsi voce pubblicamente. Non volevo essere  oggetto di studio da parte di specialisti,  ma soggetto attivo.  Era il 2006 e ne conoscevo  47. Oggi sono oltre 300».
Alta, nera, statuaria, vestito sontuoso, lunga collana bianca, capelli cortissimi, Isoke parla lentamente,  concedendosi lunghe pause. Alla domanda «perché ti sei decisa a scrivere», risponde come  nell’incipit del libro:
“Io non volevo scrivere libri. Vendevo frutta e verdura con mia madre a Benin city  e desideravo venderla in Europa. Il nostro inferno è cominciato con la tv. Dentro quella scatola magica vedevamo tutti i nostri sogni. Conoscevamo già gli Italos, la tv ce li mostrava tutti  ricchi. Alcuni  avevano cominciato ad offrire alle ragazze più giovani la possibilità di raggiungere l’Europa. Effettivamente quelle che erano già partite mandavano i soldi a casa e quelle che tornavano erano piccole regine piene d’oro. Non ci chiedevamo come. Quando toccò a me ero pronta ad affrontare l’avventura. Io proprio non volevo scrivere libri ma quello che mi è capitato qualcuno doveva pur raccontarlo ed è toccato a me perché ho visto come un sogno si può trasformare in incubo».
Quando è arrivata Isoke aveva vent’anni. Le avevano promesso un lavoro di commessa.  S’è ritrovata, come tante altre, a vivere in schiavitù.
Il libro, con una introduzione di Susanna Camusso, è insieme indagine, documento di protesta e di proposte operative,  su una realtà che Isoke  chiama “sommersa” in quanto le nigeriane non sono costrette solo a prostituirsi – stupro a pagamento Isoke definisce la prostituzione – ma sono schiavizzate, massacrate, violate, uccise . Molte si ammalano psichicamente. E’ una tratta gestita da una mafia potente e violenta, la stessa che traffica in organi e armi.
«Avvicinare le ragazze è difficile perché vengono spostate continuamente in zone sempre più periferiche, dove disturbano meno o dove le questure sono più morbide», spiega Isoke.
L’indagine è stata realizzata, oltre che con l’aiuto di ex clienti, insieme ad altre ex vittime, come Vivian e Sharon,  che hanno raccolto le risposte di 500 donne al questionario  proposto. Queste alcune cifre: ventimila vittime di tratta il cui numero aumenta mentre si abbassa l’età; diecimila maman; sette milioni di clienti; il debito da riscattare pari a centomila euro “trattabili”; 500 le donne uccise negli ultimi due anni;  profitto in Italia pari a diecimilioni di euro l’anno.
«Il nuovo oleodotto dove scorrono esseri umani al posto del petrolio», così Isoke definisce il business della tratta.
Dal questionario emerge che la maggior parte delle ragazze non sapeva che avrebbe dovuto prostituirsi, è senza permesso di soggiorno, non conosce i servizi antitratta e soprattutto non denuncia perché teme  il rimpatrio.
«L’articolo 18 del testo unico sull’immigrazione prevede la denuncia per accedere al programma di protezione, me  le ragazze non si sentono garantite perché le pene per chi sfrutta sono lievi e soprattutto brevi e temono le ritorsioni nei confronti soprattutto delle famiglie in Africa. Sono gli stessi motivi per cui non vanno al pronto soccorso nemmeno in punto di morte».
Nel libro sono anche raccolte 100 storie di vittime di stupri. Stupri quotidiani di bianchi, di gruppo, e spesso consumati dagli stessi connazionali che vivono in Italia e «che le schifano perché si vendono ai bianchi».
«Tanto nessuno  denuncia. Lo stupro di un’africana non fa notizia, la polizia non interviene, in ospedale non c’è attenzione. Dicono che non ci sono strumenti, ma se ad essere stuprata è una bianca è tutto diverso» dice Isoke.
I connazionali vengono assoldati dalle maman per picchiare chi si ribella o per “insegnare” alle più piccole come si fa a stare sul marciapiede.
C’è la storia di Judith, 14 anni, lasciata sull’asfalto più morta che viva alla sua prima sera di lavoro; di Prudence, 20 anni, analfabeta, che non vuole ricoverarsi, anche se ha l’utero perforato, per paura del rimpatrio; Tessie costretta a bere acido muriatico perche non voleva più saperne del marciapiede. A Sandra invece hanno strappato le unghia della mano. C’è Joy che dopo pochi giorni di matrimonio fu costretta a partire per l’ Italia dallo stesso marito e dal pastore che li aveva sposati e quando si è ribellata le è stato gettato in faccia un liquido corrosivo. E c’è Joan che è diventata una maman perché non riusciva a soddisfare le richieste continue della sua famiglia. Oggi è in prigione.
“Diventare una maman  per alcune fa parte del sogno”, scrive Isoke.
Poi ci sono le ragazzine, 13, 14 anni, vergini vendute agli Italos dalle famiglie.
Spiega Isoke : «Per le famiglie rappresentano un investimento. Significa che se va bene c’è da mangiare per tutti, si possono mandare i figli a scuola, comprare una casa e magari pure la macchina. Quando arrivano certe notizie dall’Europa, finché i soldi arrivano stentano a credere, o fanno finta di non credere, ma se la ragazza torna, e spesso torna in condizioni disumane, viene scacciata perché la colpa è sua, non è stata brava, non ha saputo utilizzare l’opportunità. Questa è la realtà anche se crudele … Ma la via d’uscita c’è, io la indico nel libro. Se per fare questo devo scrivere, io scrivo. Non c’è bisogno di essere intellettuali per dire la verità».
Isoke Aikpitani, 500 storie vere  Ediesse, Roma 2011 , 150 pagine, 10 euro
Laura Maragnani e Isoke Aikpitani , Le ragazze di Benin City, Melampo, Milano 2007, 211 pagine 12 euro

Fonte: http://www.societadelleletterate.it/2012/10/isoke-aikpitanyila-scrittura-come-strumento-di-lotta/

giovedì 18 ottobre 2012

18 ottobre (testimonianze - 5)



Oggi è la giornata europea contro la tratta di esseri umani. Non trovo niente di meglio per questa giornata che postare una lettura di alcuni brani dal libro "Le ragazze di Benin City" di Isoke Aikpitanyi. Un altro brano tratto dal libro l'avevo postato qui, mentre qui ho recensito il secondo libro, "500 storie vere".


Chi  tiene alle ragazze, anche solo come si tiene a una merce da sfruttare, non farà mai fare loro un viaggio così terribile. Vuole che tu arrivi sana e salva e in buone condizioni. Buone vuol dire: abbastanza da lavorare. Subito.
Il viaggio nel deserto lo fanno i ragazzi che non hanno trovato un’organizzazione, o le ragazze che proprio vogliono venire via e non hanno i soldi per pagare e sono disposte a morire nel provarci.
Ma una maman che fa questa cosa alle sue ragazze, ecco: è il peggio che puoi trovare, quando arrivi in Europa.
Come Carol di Brescia.
Chiedi in giro, la conoscono tutte.

Carol ha fatto un viaggio orribile, anni e anni e anni fa. E’ stata una delle prime donne che sono partite, coi primi giri, quando ancora non c’era tanta organizzazione. Partivi e via. A volte arrivavi, a volte no.
Solo quando si è capito che le ragazze sono un business redditizio sono cominciati i giri mafiosi, l’organizzazione capillare, i viaggi studiati in modo che la merce arrivasse in condizioni migliori. E’ stato allora che hanno cominciato a coinvolgere anche le famiglie nei contratti, così da avere un controllo all’origine.
Ma questa è un’altra storia, e te la racconto dopo.
Adesso ti dico che Carol ha fatto un viaggio spaventoso.
Attraverso il deserto. Non ti so dire i dettagli ma ti dico solo che chi l’ha ordinata era una che se ne fregava, come la maman di Osas. A un certo punto del viaggio a Carol si sono congelate le dita delle mani. Dice: era la mia mano sinistra, per l’esattezza. E mica l’hanno portata all’ospedale. Gliele hanno tagliate lì dove stava, con una specie di machete.
 Quando è arrivata in Italia l’hanno mandata sulla strada.
Lei ha detto no, non voglio, non posso. Ha mostrato il moncherino: guardate la mia mano, ha detto. Guardate, ha detto, io non sono in grado di lavorare.
Per fare il lavoro che devi fare, le mani non ti servono.
Proprio così. E’ questo che le hanno detto.
E la Carol di allora non era ancora la Carol di oggi, era una ragazza come le altre, una che non è riuscita a reagire, che è andata a lavorare, e lavorando ha pagato il debito. Quando ha finito di pagare ha detto: voglio fare i soldi anch’io. Io con questa mano non posso fare altri lavori.
Ha ordinato anche lei una ragazza e adesso ne ha più di dieci che lavorano per il suo guadagno, e alle prime ha fatto fare tutto il viaggio lungo, esattamente come le era toccato di fare.
Per vendetta, dici.
Può essere.
Oggi come maman è spietata.
Quando una ragazza si ribella, lei dice: cosa credi, guarda le mie mani, non ci metto niente a tagliarle anche a te.
Le sue ragazze dicono che picchia, picchia, picchia. Basta un niente e lei picchia. Ha un marito nigeriano che va a controllare le ragazze sul marciapiede, e poi fa la spia. Soprattutto d’inverno. Quando nevica o ghiaccia e devi stare fuori tutta la notte sotto lo zero. Quando sulla strada tutte accendono il fuoco, ed è normale, perché se non ti scaldi un po’ finisci congelata. Ebbene: lei non lascia mai andare le sue ragazze vicino al fuoco.
Se una ha interrotto il lavoro per scaldarsi, e ha guadagnato anche solo un euro meno del dovuto, sono botte su botte.
Carol la riempie di botte.
Dice: ti faccio passare io il freddo.
Dice: guarda le mie mani e muoviti.        
         
Quando dico che si muore dentro devi credermi.
Ci sono dei momenti in cui è tutto così spaventoso e osceno e intollerabile che non puoi stare lucida e sopravvivere. A meno di non impazzire.
Qualcuna infatti impazzisce.
Altre si riempiono di alcool, o di eroina, o di medicine come gli antistaminici che ti ovattano la testa così non pensi più a niente.
Altre ancora si rompono, dentro.
Diventano perfettamente insensibili.
E quando alla fine escono dal trambusto, l’unica cosa che sanno dire è: anch’io voglio fare i soldi, e chissenefrega  delle altre. Prima è toccato a me, adesso tocca a loro.
E’ così che va il mondo, dicono.
E  forse è il loro modo di venire  a patti con quello che hanno passato. Di farsene una ragione.

Comunque Osas ha finalmente potuto avvertire i suoi. Ha chiamato sua mamma, per dirle cos’è successo.
Meno male, ha detto la madre. Sei viva, sono contenta.
Per due anni non aveva saputo che fine avesse fatto sua figlia.
Osas ha detto: sono viva, ma guarda cosa mi fanno fare.
Ma né suo padre né sua madre sono andati a protestare con la mamma della maman. Hanno detto solo va bene, l’importante è che sei viva.
Osas ha detto: ma non sai la vita che faccio. E che freddo. E sua madre: non esagerare, in Italia si lavora nei locali, si sta al caldo.
Mamma, bisogna vendersi.
Ma sua madre non ha mai fatto problemi. Si vede che sapeva dal principio, dico io.
E a quel punto Osas non si è più ribellata con nessuno. Dopo quello che aveva passato nella foresta e nel deserto, ora si ritrovava così, senza documenti e senza soldi, e con sua mamma che diceva va bene, non importa, lavora. Non aveva un posto dove scappare. A casa non la rivolevano. Che cosa poteva fare se non chinare la testa e dire: va bene.
(p.42-45)

[…]

Intanto l’organizzazione va a far casino a casa tua. Loro lo sanno: prima o poi ‘sta ragazza chiamerà i suoi genitori. Quindi tengono d’occhio la tua famiglia, se riceve telefonate o lettere. E allora vanno in casa e dicono: la ragazza deve rispettare i patti, altrimenti vi ficcate nei guai.
E’ una minaccia che funziona sempre, soprattutto quando sono stati i genitori ad accompagnare le famiglie dagli italos, come negli ultimi due o tre anni.  Ragazzine di tredici, quattordici anni. L’organizzazione le cerca così giovani perché sono più facili da gestire, e prima che riescano a capire le cose passa molto tempo. Prima che comincino a essere veramente donne, adulte, e capire cosa gli hanno fatto fare, e cosa gli hanno fatto.
Così alle feste di paese, ai matrimoni, ai funerali, c’è sempre qualcuno che filma le ragazze, e poi le maman guardano il film: quella è bassa, quella è troppo piatta, quella è troppo vecchia, quella sì che va bene. Quella piccolina lì. E’ lei che voglio.
E quando la scelta è fatta lo sponsor va dalle famiglie con dei regali. Dice: in Europa hanno bisogno di belle ragazze per fare la modella, la parrucchiera, la sarta. Perché non ci pensate?
E la famiglia quasi sempre dice di sì. Anzi, adesso sono le madri e i padri a muoversi, a portare le loro figlie. Sanno che in quella casa lì ci sono i parenti di una donna che porta le ragazze in Europa, hanno visto che la famiglia si è fatta la macchina, ha comprato casa. Allora dicono: anch’io.
Sanno tutto, secondo me.
Ultimamente sì, lo sanno.
Ma il paese non offre niente. E loro pensano che sì, questa figlia la mandano a fare una vita difficile, ma almeno così avranno un aiuto, potranno far studiare i bambini, comprarsi il mangiare, i vestiti, la casa.
(p. 47)

 […]

Perché è questa , forse ancora più del debito, la catena più difficile da spezzare per le ragazze. La catena dei mille obblighi familiari e delle mille responsabilità che te ne vengono. Dell’affetto. Della pena. Del desiderio comunque di essere accettate, e di pensare che al mondo, anche per te, anche se vivi in schiavitù su un marciapiede e ogni giorno muori di freddo e di angoscia, esiste ancora una casa. E’ per alimentare questo miraggio che ti ritrovi a mantenere dieci o dodici persone, e a fargli fare una bella vita mentre tu vivi  peggio di un cane.
Ed è molto difficile dire: basta.
Ma se vuoi salvarti devi farlo. Devi chiudere una porta in modo molto deciso, e trovare il coraggio di aprirne un’altra, anche se non sai che cosa c’è dietro. Io dico: un nuovo modo di vivere, di pensare, di stare al mondo. Ma è come chiudere gli occhi e tuffarsi dentro a un mare molto freddo, dico anche, senza sapere nemmeno se sei in grado di nuotare.
Però devi farlo.
Devi trovare il fegato di dire: il mio viaggio è stato tutto un fallimento.
Ed ecco, vedi, è da quel fallimento che può nascere una nuova vita.

La rabbia è la prima cosa che esce, quando dici basta.
Una rabbia furiosa e incontenibile verso tutto e verso tutti.
Finché come Osas arriva il giorno che dici: la mia rabbia adesso è per la Nigeria, un  paese pieno di rosorse ma dove la gente vive in maniera miserabile.
Dove non c’è  speranza di cambiamento o di miglioramento per nessuno.
Ed è per questo che i giovani vogliono partire, dice. Perché sono stanchi di sognare davanti alla televisione, e perché vogliono provare a farsi una vita migliore.

Io, Isoke, adesso non ci credo più che esiste il paradiso: ma un giorno anch’io ci credevo, e pensavo che fosse fuori dalla Nigeria. Non ne potevo più di stare in un posto dove i poveri sono poverissimi e i ricchi sono ricchissimi, a due metri soli da casa tua. Tu non hai la penna per scrivere e i libri per andare a scuola, la tua famiglia fatica a darti da mangiare, e i tuoi vicini danno il roast beaf al cane. Ma come fai ad accettarlo? Tu non mangi abbastanza e al villaggio vengono i parenti ricchi: vieni in città che ti faccio studiare. E poi ti ritrovi in casa loro a fare la serva.
Non si può.
Tu vedi tutta quest’ingiustizia e la rabbia nasce lì, la rabbia e la voglia di scappare, di conquistare qualcosa di meglio.
Ma che c’è di male a sognare?
Nulla, dico io.
Il male lo fa chi si approfitta dei tuoi sogni.

Le ragazze come Osas cominciano a capire.
Guardano la loro storia e capiscono.
Che hanno dovuto assumersi troppe responsabilità fin da piccole, ed è per sfuggire a quelle responsabilità che sono finite nella tratta. Ma la tratta non è la soluzione per i problemi  della Nigeria. Se le famiglie non hanno i soldi per mangiare, o per vestire i figli, o per mandarli a scuola, allora devono fare la loro parte: che protestino. Si assumano le responsabilità di chiedere ai padroni e al governo dei salari migliori, delle scuole migliori, una migliore qualità della vita.
Non è vendendo le loro figlie ai trafficanti che costruiranno per loro, e per la Nigeria, un futuro decente.

Io tutte queste cose prima non le pensavo. Le vedevo e le pativo; ma è solo adesso che le ho finalmente chiare dentro la testa, e ho imparato anche ad esprimerle con le parole. Sono molto diversa dalla ragazza di vent’anni che un giorno è partita da Benin City con lo zaino della scuola e il suo unico paio di blue jeans. Nel male come nel bene, vedi, quest’esperienza mi ha fatto crescere.
Per esempio ho capito che le cose non sono mai tutte bianche o tutte nere, che non c’è il buono e il cattivo, la vittima e il carnefice.
E quindi ora ti spiego che la tratta non è solo un problema di sesso, di puttane e di clienti. La tratta è innanzitutto un affare colossale. Un business. E’ una schiavitù che rende un mucchio di soldi e questi soldi se li dividono bianchi e neri, in perfetto accordo. Sulla pelle di noi ragazze non nasce solo la fortuna di gente come la maman che ho visto su un giornale, seduta su un divano a Benin City, circondata da pile alte così di soldi. Ci sono anche i bianchi perbene, quelli che non picchiano mai i figli o la moglie, quelli che magari la domenica vanno in chiesa, hanno un bel cane, bravi vicini, una reputazione su cui non appare mai l’ombra di una macchia. Sono questi che vendono i visti, che organizzano i viaggi, che ti fanno passare senza dare nell’occhio dentro agli aeroporti. Sono i poliziotti venduti, gli avvocati delle maman, i mediatori, gli affittuari. Un sacco di brava gente che ha fatto fortuna grazie al traffico delle ragazze di  Benin City.
Ma agli occhi di tutti sono loro le cattive.
Le puttane.
Quelle che danno scandalo per le strade.
Quelle che pagano sempre per tutti.
(p. 195-198)

[…]
L’ultima storia che ti racconto è quella di mia sorella.
La mia sorella più piccola, quella che adesso ha poco più di vent’anni. Ne aveva quattordici quando sono partita. Mi ricordo a malapena una ragazzetta magra, con le gambe molto lunghe. Le treccine nei capelli. Gli occhi grandi così.
Pochi mesi fa mi ha detto che era incinta e che voleva venire in Europa.
Aveva trovato un viaggio, anche lei.
Ha detto: finalmente ho la mia bella occasione.
La sua bella occasione.
Ho chiuso gli occhi e dentro di me una voce ha gridato: non è possibile. Quando mai finirà questa storia. Quanti anni, quanto dolore, quante morti ci vorranno ancora, prima che la Nigeria smetta di mandare al macello le sue figlie.
A malapena ho trovato la voce per dire: guarda, se vuoi sognare, sogna.
Ma la realtà qui è ben diversa dai sogni.
Ascolta.

Ho preso, il cuore in mano e ho cominciato a parlare. Cos’è la tratta. Che cosa fanno le ragazze. Come vivono. L’esistenza brutta che fanno.
Era la prima volta che trovavo il coraggio di parlare con qualcuno della mia famiglia: di dire tutto, tutto!, senza risparmiare un solo dettaglio. Vedi: non potevo tacere, stavolta. E dunque, con la bocca secca, le ho spiegato tutto come si deve. Le ho detto il freddo e le botte e le scarpe ridicole e la paura. I venticinque euro e il Ditoi e Ithoan trovata da un cane tutta mangiata dai topi.
Non pensare di essere più furba delle altre, ho detto.
Non sperare di essere diversa.
Non pensare che a te andrà meglio.
Ecco cosa le ho detto.
Lei ha solo chiesto: è successo anche a te.
Ho detto: sì.
E di venire in Europa non ha più parlato.
Devo proprio dirtelo, che sono felice?

(p. 199-200)