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mercoledì 6 marzo 2013

Trafficanti al passo con i tempi

Pubblico un interessante brano di  3 minuti e mezzo tratto da un'intervista a Lydia Cacho del 2010 nel corso del Festival degli scrittori di Sidney. Traduzione e sottotitolaggio sono a cura di Ilaria Maccaroni e Valentina Iamotti che ringrazio.
Lydia Cacho parla di come i trafficanti, che anticipano sempre i tempi per assicurarsi la prosecuzione del proprio business, stiano investendo nella cultura di normalizzazione della prostituzione e del turismo sessuale in tutto il mondo, pornografia diffusa massicciamente nella cultura popolare, ipersessualizzazione delle ragazze e finto glamour.
".. i trafficanti prendono donne da altri paesi e fanno contrarre loro enormi debiti in modo che non possano scappare, sequestrano loro i documenti, le privano della loro libertà, alcune di loro devono inviare i soldi a casa per cui non hanno alcuna scelta e l’unica forma di sopravvivenza è quella di restare lì coi trafficanti. Alcune di loro riescono a fuggire altre no. La questione qui è in che modo i valori culturali presenti in tutto il mondo permettono che questo avvenga."





 

venerdì 22 febbraio 2013

E' più facile dire che le vittime non esistono

Isoke è una donna coraggiosa, intelligente e bellissima, e porta su di sé la forza di quello che ha fatto, non soltanto la denuncia, ma anche il racconto del potere criminale che lei stessa ha subito e che continua a combattere. [...] Le immigrate e gli immigrati arrivano qui non soltanto a fare i lavori che gli italiani non vogliono più fare, ma anche a difendere i diritti che gli italiani non vogliono più difendere. [parole pronunciate da Roberto Saviano a Torino nel 2010 ricevendo un premio dalle mani di Isoke Aikpitanyi per il suo impegno contro le mafie].

Ringrazio Isoke dal profondo del mio cuore perché sento che resiste e lotta anche per me, che non sono nigeriana..
Dopo essersi ribellata ai trafficanti anni fa e quasi uccisa per questo, è diventata poi protagonista di un progetto unico in Europa, La ragazza di Benin City, che l'ha portata poi a fondare l'Associazione vittime ed ex vittime di tratta, che porta avanti tra innumerevoli difficoltà e pericoli concreti, in cui le ex vittime diventano protagoniste della liberazione di altre "sorelle", con un mutuo aiuto tra pari. Ho avuto già modo di descrivere l'attività di questa associazione nel recensire il suo ultimo libro 500 storie vere.
L'organizzazione criminale che gestisce la tratta delle nigeriane per sfruttarle nella prostituzione nel nostro e in altri paesi europei è - come altre organizzazioni di questo tipo -  quella che si dice una delle nuove mafie che operano su base transnazionale. Come tutte le mafie è caratterizzata nel suo operare dalla forza di intimidazione del vincolo associativo al fine di ottenere l'assoggettamento delle sue vittime, a scopo di sfruttamento. Nelle organizzazioni mafiose valgono i codici del più estremo machismo, come dice Lydia Cacho, secondo cui le donne valgono solo in quanto oggetti di piacere. Si tratta di un business che produce fiumi di denaro macchiato di sangue, un business che si svolge col coinvolgimento di figure che sono molto in alto in Nigeria, ma anche con tante complicità nei tanti paesi europei in cui l'organizzazione è ramificata (oltre all'Italia, Spagna, Olanda, Irlanda, Regno Unito, Francia, Germania, ecc..) nella più totale indifferenza e disinformazione della cittadinanza, di cui sessismo e xenofobia sono ingredienti fondamentali.
E' con gratitudine che pubblico questa preziosa intervista fatta a Isoke Aikpitanyi da Ilaria Maccaroni il 15 febbraio scorso (pubblicata contemporaneamente anche da Un Altro genere di comunicazione, Femminile plurale e Maschile plurale).
L’intervista è già stata trasmessa il 19 febbraio scorso all’interno della rubrica culturale "ControEssenze" a cura di Connettive, durante la trasmissione del Martedì Autogestito da Femministe e Lesbiche di Radio Onda Rossa:


É noto che le donne provenienti da altri paesi vengono tratte con l’inganno da false agenzie di viaggi o agenzie per l’impiego locali che promettono loro di farle lavorare in Europa, le fanno entrare in un paese europeo e le obbligano a prostituirsi. Le ragazze in Nigeria, oggi, quanto sono coscienti del pericolo che corrono di cadere nella rete dei trafficanti?
Anzitutto bisogna tener conto di cosa è la Nigeria, dell’estensione del suo territorio, della consistenza della sua popolazione e del persistere di una realtà urbana e di una realtà periferica; la prima ha quasi tutte le caratteriste della modernità, è occidentalizzata, per così dire, mentre la seconda è ancora fortemente tradizionale, tribale.
Tanto per chiarire, nella seconda l'elettricità non c'è ancora tutto il giorno, si vive in modo atavico; ed è da qui che è più facile andare a prendere delle ragazze che non sono informate e non sono consapevoli di quel che le aspetta.
Poi ci sono le altre, quelle che cercano una vita migliore, ma vorrebbero avere a disposizione i mezzi economici che sono in mano a tanti ricchi. Il sogno impedisce loro di vedere che le aspetta un incubo: vanno a divertirsi nei night, “ballano sul cubo”, si divertono con gli avventori bianchi che fan vedere loro una verità che poi le ragazze non troveranno di certo. Ma tanto basta per  far pensare loro che se anche il rischio è quello di doversi prostituire, lo si farà per poco tempo: non sono consapevoli, poi, delle modalità alle quali dovranno adattarsi, non sanno minimamente cosa siano, ad esempio il freddo di tanti paesi del nord Europa...
Poi ci sono quelle che già a Lagos, per esempio, si sono avvicinate alla prostituzione e pensano che se debbano prostituirsi, meglio farlo con i bianchi e in Europa dove ci sono tanti soldi e c'è la possibilità di fare tanti soldi. Ma questa è una cosa degli ultimi anni mentre venti anni fa le ragazze non sapevano.
Oggi il 50% sa e non sa.
Ma il problema non è questo, è che nessuna sceglie liberamente e davvero consapevolmente, ed è che tutte arrivano con un debito da pagare e che questa è la catena della quale nessuna sa liberarsi, né praticamente, né psicologicamente: e questa è una condizione di schiavitù.
Chiedersi se sanno o non sanno è sbagliato, è come insinuare che se scelgono liberamente non ci si deve porre il problema della loro schiavitù.


Esistono organizzazioni o autorità statali in Nigeria impegnate a diffondere notizie e informazioni sulla tratta delle donne nei paesi occidentali?
C'è una agenzia governativa che si chiama NAPTIP e che fa esattamente questo lavoro. Solo che se una agenzia di questo tipo operasse in Europa, potrebbe farlo con strumenti incisivi e con una certa possibilità di successo, in Nigeria tutti pensano che l'Europa è il loro sogno, quindi andare in Europa sarebbe la realizzazione del sogno, quindi essere portate in Europa è una gran bella cosa.
La gente e le giovani in particolare, considerano che avere una opportunità per venire in Europa sia il solo strumento per realizzare quel sogno, per cui chi cerca di far arrivare a loro notizie sui rischi che corrono non è creduto.
La pressione demografica e le difficoltà economiche di una popolazione vive con meno di un euro al giorno, in un paese ricchissimo di petrolio e nel quale una ristretta “borghesia” è ricca, fanno il resto.

Quali altre strade può intraprendere una donna nigeriana che desidera emigrare in Europa, senza rischiare di cadere vittima della tratta?
Nessuna; qui non siamo di fronte ad una emigrazione normale; a emigrare non sono persone che hanno risorse personali e familiari, preparazione intellettuale e culturale per andare a ricoprire posti anche importanti nel lavoro e nelle professioni: emigrano persone disperate, spesso analfabete che “normalmente” non avrebbero nessuna possibilità di venire in Europa.

Una volta arrivate in Italia le ragazze contraggono a loro insaputa, un debito quasi impagabile coi trafficanti o con le maman che le sottraggono i documenti e diventano le loro padrone. Che cosa dicono le maman alle ragazze per spingerle a lavorare per loro?
Anche qui quel che un tempo le maman dicevano è diverso da quel che dicono oggi. Un tempo spingevano brutalmente la ragazze in strada, insegnavano loro quel che dovevano fare e lo facevano o con le buone o con le cattive (cioè facendole violentare dai loro scagnozzi).        
Così facendo, però, si sono accorte che molte ragazze si ribellavano e cercavano vie di uscita. Così hanno cambiato tattica e hanno cominciato a lasciare alle ragazze parte dei loro guadagni: le hanno istruite a gestirsi le relazioni con i clienti in modo da ingannarli e da spillare loro più quattrini. Insomma le maman hanno svolto il compito di una vera e propria scuola di prostituzione e da alcuni anni offrono alle ragazze alcuni servizi aggiuntivi:      maman e trafficanti sono i più abili fruitori delle modalità di legalizzazione della presenza delle ragazze; spiegano loro come e chi denunciare, seguendo le opportunità dell'articolo 18; danno loro i legali italiani che le aiutano nelle pratiche delle sanatorie; le spingono a  diventare richiedenti asilo: quindi, almeno apparentemente, per le ragazze la maman è solo una che gestisce la loro opportunità di restare in Europa. Solo quelle che si ribellano davvero corrono dei rischi, per le altre basta prostituirsi senza far storie e pagare il debito.

Cosa spinge una donna trafficata a ribellarsi ai trafficanti, a scappare e a chiedere aiuto?
Anzitutto non avendo scelto quella vita tutte si guardano intorno e cercano una via di uscita. Purtroppo la ricerca non dà buoni frutti; nove su dieci sono respinte dai servizi i quali sono fortemente vincolati dal fatto che, almeno per le nigeriane, senza denuncia non c'è nessuna possibilità di regolarizzarsi.
Ma quanto dura il tempo della ribellione e della ricerca di una via di uscita, prima che subentri la rassegnazione e la ragazza si adatti alla prostituzione? Per alcune molto a lungo, per altre poco, a seconda anche delle esperienze che fanno sulla strada, del tipo di clienti che incontrano...
Dopo a ribellarsi sarà una ragazza stanca di quella vita, ma sfiancata nelle sue capacità di mettere in gioco le sue potenzialità, la capacità di mettersi a studiare, di imparare un lavoro vero. Dopo due o tre anni, o di più, di strada, la persona ha perso molte delle proprie risorse personali: lo sforzo necessario ad integrarsi e gli ostacoli che trova sono troppo grandi; è più    facile restare nella prostituzione.

Che ruolo hanno le famiglie di origine delle ragazze rimaste in patria nel far sì che queste non si ribellino e continuino a lavorare nella prostituzione per inviare i soldi a casa?
Anche le famiglie sanno e non sanno che cosa fa la loro figlia. A questo punto bisogna ammettere che è come se avessero deciso di sacrificarla per il benessere degli altri componenti la famiglia stessa. Comunque sia le famiglie sono minacciate e diventano oggetto di violenze se le ragazze si ribellano e non pagano; per questo le famiglie spingono le ragazze a essere obbedienti alle maman e a non ribellarsi. E lo fanno sia che ricevano davvero minacce e corrano davvero pericoli, sia che - invece – siano complici dei trafficanti e siano consapevoli del destino della loro figlia.

Nel tuo primo libro racconti di come un uomo italiano, conoscente della maman che ti sfruttava, voleva farti lavorare in un night club ma tu scappasti perché ti dissero che lavorare lì era peggio della strada. La prostituzione nei night sta prendendo piede in Italia? Le ragazze che lavorano nei night sono trattate meglio o peggio di come lo sono sulla strada?
Le ragazze sono sfruttate e basta; non è detto che siano sfruttate in un posto o in un altro, in un modo o nell'altro, sono sfruttate come serve agli sfruttatori: la strada è il luogo più facile e immediato soprattutto per una massa di ragazze. E poi i clienti non sono tutti frequentatori di night e locali, per andare nei quali bisogna già avere una abitudine alla vita notturna, alla ricerca di prostitute; per molti clienti la strada è il luogo più neutro e rapido che consente loro di non coinvolgersi, almeno così credono inizialmente, di non perdere troppo tempo, di spendere meno.
Il night e la casa chiusa, però, sono situazioni nelle quali la ragazza è più controllata è può sfuggire meno al controllo dei trafficanti; i luoghi chiusi, inoltre, sono i più pericolosi per una ragazza che voglia ribellarsi; e sono quelli nei quali le opportunità di trovare una via di uscita sono minori. I clienti del night o del luogo chiuso sono meno sensibili ai drammi delle ragazze e nessun operatore sociale va al night, mentre in strada ci va e semina la sua proposta di aiuto.

Negli ultimi anni il fenomeno della schiavitù sessuale ha preso piede in quasi tutti i paesi del mondo, e in misura maggiore in quelli occidentali, nei quali donne di altri paesi vengono fatte entrare e obbligate a prostituirsi. Il fronte abolizionista femminista che riunisce coloro che in un modo o nell’altro combattono la tratta e vorrebbero sradicare la cultura della prostituzione dalla società, ritiene che la divisione tra vittime della tratta e “libere” professioniste non sia possibile fintanto che la prostituzione continua a essere regolamentata dallo stato. Tu credi che possa esistere una netta separazione tra tratta e prostituzione volontaria?
Questo non avviene negli ultimi anni. Lo sfruttamento della donna in senso generale è il principio che genera, determina, rende possibile la riduzione in schiavitù (ad esempio anche quella domestica e familiare) e ha tra le sue conseguenze anche la prostituzione.
La domanda, però, forse contiene un errore perché la prostituzione oggi NON è regolamentata dallo stato, mentre la domanda formula l'ipotesi che lo sia.
Ma l'errore della domanda è nell'ipotesi stessa che possa esistere una prostituzione libera. I problemi delle vittime della tratta riguardano ragazze che sono schiavizzate e sfruttate; io dico sempre che le loro catene non sono per forza visibili e la loro condizione umana è talmente degradata dal finire coll'accettare la prostituzione come inevitabile. Ma questa non è una libera scelta. Non mi chiedo quali siano i problemi delle donne libere, li lascio ad altri.

Quali effetti avrebbero, secondo te, un’eventuale “regolamentazione” o normalizzazione o tutela della prostituzione sulle vittime della schiavitù sessuale?
Sarebbero effetti devastanti; dimostrerebbero che hanno ragione la maman che dicono loro che la prostituzione è un lavoro e che tutti i lavori comportano rischi. In pratica una ragazza dovrebbe prendere atto che non ha senso ribellarsi e che se ci si adatta tutto va meglio o va bene. Meglio e bene per chi?
Questa è una devastazione vera e propria, non è una questione di moralità o immoralità; su questo piano io non critico, non condanno, non giudico nessuna ragazza che si prostituisce. Non lo farei mai perché so il dramma di molte, so che molte finiscono lì: ma so che se si vuole che finiscano per forza lì e si fa addirittura una legge che le regolarizza in quanto prostitute invece che in quanto vittime della tratta, vuol dire che avremo comunque donne che non saranno illegali, clandestine e perseguibili perché saranno in qualche modo in regola con le norme burocratiche della immigrazione e del lavoro, ma queste saranno sempre schiave, cioè legate allo stesso meccanismo del debito e dello sfruttamento e alla reiterazione della schiavitù ai danni di ragazze sempre nuove che continueranno ad arrivare.

Affermare che “prostituirsi è un lavoro” e che è “una strada per guadagnare bene in poco tempo”, può danneggiare le vittime della tratta?
Assolutamente SI

In Svezia, la legislazione prevede che lo stato criminalizzi il cliente e tuteli la vittima della prostituzione. Secondo diversi studi, così facendo, la prostituzione in Svezia è calata di molto. Ritieni che questo modello possa essere efficace per combattere la tratta e la prostituzione nel nostro paese?
Non è vero che i clienti sono diminuiti, si orientano gli studi esattamente come si fa in Italia per dire che si fa molto contro la tratta: il numero delle vittime è stimato non in base alla realtà, ma in base ai risultati dei servizi antitratta: i numeri dei servizi dicono che più di 10 mila sono state aiutate in 10 anni? Bene, alloro si stima che le ragazze sono 12/15 mila, quindi tutte hanno avuto una opportunità di liberazione e moltissime l'hanno colta. Se, però quelle ragazze fossero stimate in numero maggiore, quei risultati non sarebbero positivi. Il problema della Svezia è non riuscire a capacitarsi del perché il problema sussista anche se esiste una realtà di liberazione sessuale diffusissima.
Il mio libro è stato tradotto in finlandese... chissà perché in quei paesi c'è la necessità di capire il problema.
La questione, allora, è rovesciare una verità presunta: il problema non sono i clienti e le prostitute libere. Il problema sono le schiave.

Secondo te perché i clienti comprano le donne per soddisfare i loro desideri sessuali e poi (alcuni di loro) decidono di aiutarle a fuggire dalla prostituzione? Non pensi che sia un comportamento contraddittorio e illogico? I clienti sanno che le donne sulle strade sono in realtà donne trafficate? E se sì, perché decidono di comprarle lo stesso?
E chi lo dice che lo sanno? Gli stessi che affermano che le prostitute sono quasi tutte libere? Ma se sono libere sono liberi anche i clienti.
In realtà, invece, è ancora necessaria una opera si sensibilizzazione, informazione, prevenzione rivolte al mondo maschile perché il maschio cerca tutte le scuse che spieghino e giustifichino il suo esser cliente.
Solo l'esperienza diretta porta il maschio a prender atto che quelle ragazze NON sono libere e a quel punto spesso decide di non esser complice, ma risorsa contro la tratta; ma deve affrontare un difficile percorso di consapevolezza nel quale nessuno lo accompagna o lo sostiene: si trova così ad esser criminalizzato moralmente, rischia multe e pene per un comportamento che è favorito parimenti da trafficanti e leggi.

Cosa proponete tu e la vostra associazione allo stato e alla società per contrastare e combattere la schiavitù sessuale delle donne straniere, sia a livello legislativo che educativo e sociale?
Il fenomeno dello sfruttamento delle nigeriane, e delle altre, è intenso da almeno 20 anni. Noi vittime ed ex vittime della tratta non chiediamo nulla perché lo Stato ci risponderebbe che da 20 anni finanzia il nostro sostegno e che le nostre richieste e proposte NON valgono o, meglio, valgono poco perché altri sono più qualificati di noi per formularle sulla base di conoscenze giuridiche, sociologiche, psicologiche, ecc. ecc.
Da molto fastidio allo stato che una organizzazione di vittime ed ex vittime, l'unica esistente in Italia e in Europa, parli; siamo le beneficiarie dei servizi e degli interventi che lo stato e le istituzioni ai vali livelli e in vario modo hanno posto in essere e diciamo come beneficiare, che NON funziona, che nove su dieci di noi non beneficiano di nulla, che nove su dieci diventano prostitute per colpa della inefficienza dei servizi dello stato e che non si sa ipotizzare altro che regolamentare la prostituzione, cioè fissare regole e modalità per regolarizzare il nostro sfruttamento.
Noi non possiamo dire bisogna fare in un altro modo, perché nel frattempo altri contestano le nostre proposte e difendono le loro.
Noi facciamo a modo nostro, allora: facciamo auto - mutuo aiuto, cerchiamo di farci sentire e dire la nostra verità, anche se è difficile perché ci mancano gli strumenti culturali per elaborare il pensiero e ci manca la malizia politica per proporlo ai tavoli dove le decisioni sono prese sulle nostre spalle. Per fortuna che MOLTI servizi sono validissimi, quindi non stiamo criticando tutti e chiunque; ma nell'insieme la realtà è questa. A noi è preclusa perfino la possibilità di aiutare noi stesse.
Insieme ad altre e a parti importanti della società civile, noi facciamo accoglienza, motiviamo, sosteniamo, accompagniamo ragazze nella ricerca di una via di uscita, “anche” attraverso i servizi, ma anche dopo, senza mai dimenticare che siamo sole quando i servizi hanno completato il loro intervento e ci considerano autonome, mentre noi siamo ancora in balia dei trafficanti, del debito, dei falsi pastori complici delle maman, delle comunità nigeriane complici, ecc. ecc.
Siamo sole contro la mafia nigeriana, una delle peggiori al mondo.

Quanto è importante dar voce alle sopravvissute della tratta e della prostituzione e perché la loro voce tende a essere meno ascoltata rispetto a quella di tante altre?
Per assurdo ha voce il Comitato per i diritti delle prostitute, non l'associazione vittime ed ex vittime della tratta: è così che si costruiscono una cultura ed una politica che a noi non possono offrire nulla.
Il problema non è il Comitato delle prostitute che fa quello per cui è nato; il problema è che il sistema, tra squilibri politici, sociali, morali, ecc. ecc. è miope. Il problema sono le donne alle quali sembra più facile ascoltare le prostitute delle vittime della tratta, perché la libera scelta è legittima, mentre esser vittime significa vittimizzarsi e, quindi, screditare moralmente le prostitute a vantaggio di quelle costrette a prostituirsi. Più facile sostenere che le vittime non esistono e tutte sono solo prostitute e basta, in modi e luoghi diversi.
Per noi non è così, ma ci è difficile dover sostenere una posizione come questa nostra che sembra ideologica, contrapposta alla ideologia di altri, mentre è la nostra vita reale ad essere in gioco. Per troppi sarebbe meglio se noi non ponessimo proprio il problema e per spingerci a questo non ci ascoltano: per noi è già cos' difficile anche solo parlare...






venerdì 30 settembre 2011

Come tornare indietro di cinquant'anni

Da un po' di tempo ho notato la grande diffusione in articoli di giornali e portali online, in affermazioni di opinionisti e nella letteratura per teenagers, di una sorta di apologia e normalizzazione della prostituzione femminile, come se si trattasse di una manifestazione di libertà sessuale e nel contempo di furbizia consistente nel "far fruttare la fortuna su cui sei seduta". Sì, ho trovato scritto proprio così, non ricordo dove.

Un esempio particolarmente scioccante mi è venuto dalla lettura qualche giorno fa sul "Corriere dell'Università job", un mensile che arriva nel mio ateneo, di un articolo che mostra la prostituzione delle studentesse come una simpatica e più remunerativa alternativa ai vecchi lavoretti part-time:

Ecco due passi particolarmente "illuminanti":

"Diverso è invece quando le incontri su internet, quando raccontano di volersi aprire a nuovi incontri perché hanno bisogno di pagare l’affitto anche questo mese o perché hanno semplicemente capito che il divertimento a volte paga. Di mattina sono testa, di sera quando si collegano in chat o lasciano annunci e foto in siti creati apposta per loro, diventano corpo."

"Non dimenticare che come sugar baby parte di ciò che offri risiede in una relazione leggera e divertente, scevra di conflittualità. Una delle principali ragioni per cui si cercano le sugar babies è il sollievo di una donna che ti allontani dallo stress."

Quest'ultimo brano è preso dal decalogo di Brandon Wade (interamente pubblicato dal giornale) un uomo che negli Stati Uniti ha creato un sito (e ci si è arricchito) che è un vero e proprio bordello online e a cui il giornale non si preoccupa di fare indiretta pubblicità, nonostante in Italia sfruttamento, favoreggiamento e induzione alla prostituzione siano (ancora?) reati.

Del resto, che esista lo sfruttamento anche nell'ambito della prostituzione studentesca è confermato dalle cronache quotidiane ( che purtroppo sfuggono ai più) come in questo articolo:

http://bologna.repubblica.it/cronaca/2011/06/18/news/reclutavano_prostitute_tra_le_studentesse_bologna_arrestati_due_sfruttatori-17879296/

Dei due brani sopra faccio notare solo una cosa: come viene presentata oggi la sessualità e il ruolo femminile, nonostante la rivoluzione femminista e le grandi conquiste che ci sono state verso la parità socio-economico-culturale. Per una giovane ragazza a quanto pare dovrebbe essere addirittura motivo di divertimento intrattenersi - invece che con uno o tanti uomini che la attraggano - con un vecchio o maturo signore facoltoso non cercato da lei per attrazione fisica, ma subendo il suo corpo dietro compenso monetario. Addirittura, questo significherebbe per lei "diventare corpo". Insomma, ancora una volta il corpo femminile visto come inerte oggetto del desiderio, non capace e desideroso di soddisfazione soggettiva. E quale deve essere alla fine il suo ruolo? Essere di sollievo a un uomo ricco allontanandolo dallo stress, secondo l'illuminante pensiero di Wade. Non quindi reclamare il proprio diritto - nell'ambito di una crisi economica che si sta facendo pagare particolarmente alle giovani donne - a un lavoro ben retribuito che la renda autonoma e le faccia dispiegare il proprio talento. Ma, ancora una volta, far dipendere il proprio mantenimento, sia pure per gli svaghi e il lusso da un uomo o tanti uomini che siano, loro sì detentori di loro proprie ricchezze.

E questa sarebbe la modernità, la libertà sessuale contro ogni moralismo bacchettone?

Come più di cinquant'anni fa, come se la storia non fosse mai andata avanti, questi signori insomma mostrano di ritenere ancora la sessualità e il corpo della donna, semplici strumenti di servizio per l'unico desiderio che conta, quello maschile. Da che mondo patriarcale è mondo, la donna è sempre stata mutilata della sua propria sessualità, diventando o casta sposa vergine fino al matrimonio o prostituta e quindi addetta per lavoro o costrizione al piacere maschile, per contratto soffocando ogni necessità del proprio corpo.

Ci sarebbe quasi da ridere – seppur amaramente - se non fosse in atto una strategia mondiale del capitalismo neoliberista globalizzato per aumentare il giro d’affari dell’industria del sesso, come si legge nell'interessantissimo "Prostituzione:globalizzazione incarnata" di Richard Poulin che sto leggendo in questi giorni. Interi stati dell'Africa, America latina, Sud-est asiatico, Europa dell'est, impoveriti o indebitati e divenuti ostaggio del Fondo monetario internazionale, basano ormai una notevole parte delle loro economie sulla prostituzione e sulla tratta di donne e bambine/i, nonostante l'adesione formale ai protocolli internazionali anti-tratta. Così da togliersi di mezzo il problema dell'occupazione femminile e contemporaneamente ricavando enormi profitti dalla mercificazione del corpo delle donne. Come è facile immaginare, le potenti multinazionali del sesso hanno tutto interesse al mantenimento di una condizione femminile arretrata e inferiore dal punto di vista economico, dell’ istruzione e della percezione sociale. Checchè se ne dica - accostando prostituzione e libertà delle donne - la stragrande maggioranza delle donne reclutate da questa industria provengono infatti dai paesi in cui la condizione femminile è più arretrata, la violenza sessuale è più diffusa e le ragazze, reclutate in età sempre più giovane, spesso spinte o vendute dalle proprie famiglie, scoprono di frequente prima la violenza del bordello che la loro propria sessualità. Questo è il vero volto della mercificazione del corpo della donna e penso che noi occidentali abbiamo una grande responsabilità, noi che potremmo agire, noi che dovremmo avere gli strumenti per farlo. Se forse troppi colpevoli intellettualismi non impediscano ormai persino di vedere la realtà per quella che è.