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venerdì 22 febbraio 2013

E' più facile dire che le vittime non esistono

Isoke è una donna coraggiosa, intelligente e bellissima, e porta su di sé la forza di quello che ha fatto, non soltanto la denuncia, ma anche il racconto del potere criminale che lei stessa ha subito e che continua a combattere. [...] Le immigrate e gli immigrati arrivano qui non soltanto a fare i lavori che gli italiani non vogliono più fare, ma anche a difendere i diritti che gli italiani non vogliono più difendere. [parole pronunciate da Roberto Saviano a Torino nel 2010 ricevendo un premio dalle mani di Isoke Aikpitanyi per il suo impegno contro le mafie].

Ringrazio Isoke dal profondo del mio cuore perché sento che resiste e lotta anche per me, che non sono nigeriana..
Dopo essersi ribellata ai trafficanti anni fa e quasi uccisa per questo, è diventata poi protagonista di un progetto unico in Europa, La ragazza di Benin City, che l'ha portata poi a fondare l'Associazione vittime ed ex vittime di tratta, che porta avanti tra innumerevoli difficoltà e pericoli concreti, in cui le ex vittime diventano protagoniste della liberazione di altre "sorelle", con un mutuo aiuto tra pari. Ho avuto già modo di descrivere l'attività di questa associazione nel recensire il suo ultimo libro 500 storie vere.
L'organizzazione criminale che gestisce la tratta delle nigeriane per sfruttarle nella prostituzione nel nostro e in altri paesi europei è - come altre organizzazioni di questo tipo -  quella che si dice una delle nuove mafie che operano su base transnazionale. Come tutte le mafie è caratterizzata nel suo operare dalla forza di intimidazione del vincolo associativo al fine di ottenere l'assoggettamento delle sue vittime, a scopo di sfruttamento. Nelle organizzazioni mafiose valgono i codici del più estremo machismo, come dice Lydia Cacho, secondo cui le donne valgono solo in quanto oggetti di piacere. Si tratta di un business che produce fiumi di denaro macchiato di sangue, un business che si svolge col coinvolgimento di figure che sono molto in alto in Nigeria, ma anche con tante complicità nei tanti paesi europei in cui l'organizzazione è ramificata (oltre all'Italia, Spagna, Olanda, Irlanda, Regno Unito, Francia, Germania, ecc..) nella più totale indifferenza e disinformazione della cittadinanza, di cui sessismo e xenofobia sono ingredienti fondamentali.
E' con gratitudine che pubblico questa preziosa intervista fatta a Isoke Aikpitanyi da Ilaria Maccaroni il 15 febbraio scorso (pubblicata contemporaneamente anche da Un Altro genere di comunicazione, Femminile plurale e Maschile plurale).
L’intervista è già stata trasmessa il 19 febbraio scorso all’interno della rubrica culturale "ControEssenze" a cura di Connettive, durante la trasmissione del Martedì Autogestito da Femministe e Lesbiche di Radio Onda Rossa:


É noto che le donne provenienti da altri paesi vengono tratte con l’inganno da false agenzie di viaggi o agenzie per l’impiego locali che promettono loro di farle lavorare in Europa, le fanno entrare in un paese europeo e le obbligano a prostituirsi. Le ragazze in Nigeria, oggi, quanto sono coscienti del pericolo che corrono di cadere nella rete dei trafficanti?
Anzitutto bisogna tener conto di cosa è la Nigeria, dell’estensione del suo territorio, della consistenza della sua popolazione e del persistere di una realtà urbana e di una realtà periferica; la prima ha quasi tutte le caratteriste della modernità, è occidentalizzata, per così dire, mentre la seconda è ancora fortemente tradizionale, tribale.
Tanto per chiarire, nella seconda l'elettricità non c'è ancora tutto il giorno, si vive in modo atavico; ed è da qui che è più facile andare a prendere delle ragazze che non sono informate e non sono consapevoli di quel che le aspetta.
Poi ci sono le altre, quelle che cercano una vita migliore, ma vorrebbero avere a disposizione i mezzi economici che sono in mano a tanti ricchi. Il sogno impedisce loro di vedere che le aspetta un incubo: vanno a divertirsi nei night, “ballano sul cubo”, si divertono con gli avventori bianchi che fan vedere loro una verità che poi le ragazze non troveranno di certo. Ma tanto basta per  far pensare loro che se anche il rischio è quello di doversi prostituire, lo si farà per poco tempo: non sono consapevoli, poi, delle modalità alle quali dovranno adattarsi, non sanno minimamente cosa siano, ad esempio il freddo di tanti paesi del nord Europa...
Poi ci sono quelle che già a Lagos, per esempio, si sono avvicinate alla prostituzione e pensano che se debbano prostituirsi, meglio farlo con i bianchi e in Europa dove ci sono tanti soldi e c'è la possibilità di fare tanti soldi. Ma questa è una cosa degli ultimi anni mentre venti anni fa le ragazze non sapevano.
Oggi il 50% sa e non sa.
Ma il problema non è questo, è che nessuna sceglie liberamente e davvero consapevolmente, ed è che tutte arrivano con un debito da pagare e che questa è la catena della quale nessuna sa liberarsi, né praticamente, né psicologicamente: e questa è una condizione di schiavitù.
Chiedersi se sanno o non sanno è sbagliato, è come insinuare che se scelgono liberamente non ci si deve porre il problema della loro schiavitù.


Esistono organizzazioni o autorità statali in Nigeria impegnate a diffondere notizie e informazioni sulla tratta delle donne nei paesi occidentali?
C'è una agenzia governativa che si chiama NAPTIP e che fa esattamente questo lavoro. Solo che se una agenzia di questo tipo operasse in Europa, potrebbe farlo con strumenti incisivi e con una certa possibilità di successo, in Nigeria tutti pensano che l'Europa è il loro sogno, quindi andare in Europa sarebbe la realizzazione del sogno, quindi essere portate in Europa è una gran bella cosa.
La gente e le giovani in particolare, considerano che avere una opportunità per venire in Europa sia il solo strumento per realizzare quel sogno, per cui chi cerca di far arrivare a loro notizie sui rischi che corrono non è creduto.
La pressione demografica e le difficoltà economiche di una popolazione vive con meno di un euro al giorno, in un paese ricchissimo di petrolio e nel quale una ristretta “borghesia” è ricca, fanno il resto.

Quali altre strade può intraprendere una donna nigeriana che desidera emigrare in Europa, senza rischiare di cadere vittima della tratta?
Nessuna; qui non siamo di fronte ad una emigrazione normale; a emigrare non sono persone che hanno risorse personali e familiari, preparazione intellettuale e culturale per andare a ricoprire posti anche importanti nel lavoro e nelle professioni: emigrano persone disperate, spesso analfabete che “normalmente” non avrebbero nessuna possibilità di venire in Europa.

Una volta arrivate in Italia le ragazze contraggono a loro insaputa, un debito quasi impagabile coi trafficanti o con le maman che le sottraggono i documenti e diventano le loro padrone. Che cosa dicono le maman alle ragazze per spingerle a lavorare per loro?
Anche qui quel che un tempo le maman dicevano è diverso da quel che dicono oggi. Un tempo spingevano brutalmente la ragazze in strada, insegnavano loro quel che dovevano fare e lo facevano o con le buone o con le cattive (cioè facendole violentare dai loro scagnozzi).        
Così facendo, però, si sono accorte che molte ragazze si ribellavano e cercavano vie di uscita. Così hanno cambiato tattica e hanno cominciato a lasciare alle ragazze parte dei loro guadagni: le hanno istruite a gestirsi le relazioni con i clienti in modo da ingannarli e da spillare loro più quattrini. Insomma le maman hanno svolto il compito di una vera e propria scuola di prostituzione e da alcuni anni offrono alle ragazze alcuni servizi aggiuntivi:      maman e trafficanti sono i più abili fruitori delle modalità di legalizzazione della presenza delle ragazze; spiegano loro come e chi denunciare, seguendo le opportunità dell'articolo 18; danno loro i legali italiani che le aiutano nelle pratiche delle sanatorie; le spingono a  diventare richiedenti asilo: quindi, almeno apparentemente, per le ragazze la maman è solo una che gestisce la loro opportunità di restare in Europa. Solo quelle che si ribellano davvero corrono dei rischi, per le altre basta prostituirsi senza far storie e pagare il debito.

Cosa spinge una donna trafficata a ribellarsi ai trafficanti, a scappare e a chiedere aiuto?
Anzitutto non avendo scelto quella vita tutte si guardano intorno e cercano una via di uscita. Purtroppo la ricerca non dà buoni frutti; nove su dieci sono respinte dai servizi i quali sono fortemente vincolati dal fatto che, almeno per le nigeriane, senza denuncia non c'è nessuna possibilità di regolarizzarsi.
Ma quanto dura il tempo della ribellione e della ricerca di una via di uscita, prima che subentri la rassegnazione e la ragazza si adatti alla prostituzione? Per alcune molto a lungo, per altre poco, a seconda anche delle esperienze che fanno sulla strada, del tipo di clienti che incontrano...
Dopo a ribellarsi sarà una ragazza stanca di quella vita, ma sfiancata nelle sue capacità di mettere in gioco le sue potenzialità, la capacità di mettersi a studiare, di imparare un lavoro vero. Dopo due o tre anni, o di più, di strada, la persona ha perso molte delle proprie risorse personali: lo sforzo necessario ad integrarsi e gli ostacoli che trova sono troppo grandi; è più    facile restare nella prostituzione.

Che ruolo hanno le famiglie di origine delle ragazze rimaste in patria nel far sì che queste non si ribellino e continuino a lavorare nella prostituzione per inviare i soldi a casa?
Anche le famiglie sanno e non sanno che cosa fa la loro figlia. A questo punto bisogna ammettere che è come se avessero deciso di sacrificarla per il benessere degli altri componenti la famiglia stessa. Comunque sia le famiglie sono minacciate e diventano oggetto di violenze se le ragazze si ribellano e non pagano; per questo le famiglie spingono le ragazze a essere obbedienti alle maman e a non ribellarsi. E lo fanno sia che ricevano davvero minacce e corrano davvero pericoli, sia che - invece – siano complici dei trafficanti e siano consapevoli del destino della loro figlia.

Nel tuo primo libro racconti di come un uomo italiano, conoscente della maman che ti sfruttava, voleva farti lavorare in un night club ma tu scappasti perché ti dissero che lavorare lì era peggio della strada. La prostituzione nei night sta prendendo piede in Italia? Le ragazze che lavorano nei night sono trattate meglio o peggio di come lo sono sulla strada?
Le ragazze sono sfruttate e basta; non è detto che siano sfruttate in un posto o in un altro, in un modo o nell'altro, sono sfruttate come serve agli sfruttatori: la strada è il luogo più facile e immediato soprattutto per una massa di ragazze. E poi i clienti non sono tutti frequentatori di night e locali, per andare nei quali bisogna già avere una abitudine alla vita notturna, alla ricerca di prostitute; per molti clienti la strada è il luogo più neutro e rapido che consente loro di non coinvolgersi, almeno così credono inizialmente, di non perdere troppo tempo, di spendere meno.
Il night e la casa chiusa, però, sono situazioni nelle quali la ragazza è più controllata è può sfuggire meno al controllo dei trafficanti; i luoghi chiusi, inoltre, sono i più pericolosi per una ragazza che voglia ribellarsi; e sono quelli nei quali le opportunità di trovare una via di uscita sono minori. I clienti del night o del luogo chiuso sono meno sensibili ai drammi delle ragazze e nessun operatore sociale va al night, mentre in strada ci va e semina la sua proposta di aiuto.

Negli ultimi anni il fenomeno della schiavitù sessuale ha preso piede in quasi tutti i paesi del mondo, e in misura maggiore in quelli occidentali, nei quali donne di altri paesi vengono fatte entrare e obbligate a prostituirsi. Il fronte abolizionista femminista che riunisce coloro che in un modo o nell’altro combattono la tratta e vorrebbero sradicare la cultura della prostituzione dalla società, ritiene che la divisione tra vittime della tratta e “libere” professioniste non sia possibile fintanto che la prostituzione continua a essere regolamentata dallo stato. Tu credi che possa esistere una netta separazione tra tratta e prostituzione volontaria?
Questo non avviene negli ultimi anni. Lo sfruttamento della donna in senso generale è il principio che genera, determina, rende possibile la riduzione in schiavitù (ad esempio anche quella domestica e familiare) e ha tra le sue conseguenze anche la prostituzione.
La domanda, però, forse contiene un errore perché la prostituzione oggi NON è regolamentata dallo stato, mentre la domanda formula l'ipotesi che lo sia.
Ma l'errore della domanda è nell'ipotesi stessa che possa esistere una prostituzione libera. I problemi delle vittime della tratta riguardano ragazze che sono schiavizzate e sfruttate; io dico sempre che le loro catene non sono per forza visibili e la loro condizione umana è talmente degradata dal finire coll'accettare la prostituzione come inevitabile. Ma questa non è una libera scelta. Non mi chiedo quali siano i problemi delle donne libere, li lascio ad altri.

Quali effetti avrebbero, secondo te, un’eventuale “regolamentazione” o normalizzazione o tutela della prostituzione sulle vittime della schiavitù sessuale?
Sarebbero effetti devastanti; dimostrerebbero che hanno ragione la maman che dicono loro che la prostituzione è un lavoro e che tutti i lavori comportano rischi. In pratica una ragazza dovrebbe prendere atto che non ha senso ribellarsi e che se ci si adatta tutto va meglio o va bene. Meglio e bene per chi?
Questa è una devastazione vera e propria, non è una questione di moralità o immoralità; su questo piano io non critico, non condanno, non giudico nessuna ragazza che si prostituisce. Non lo farei mai perché so il dramma di molte, so che molte finiscono lì: ma so che se si vuole che finiscano per forza lì e si fa addirittura una legge che le regolarizza in quanto prostitute invece che in quanto vittime della tratta, vuol dire che avremo comunque donne che non saranno illegali, clandestine e perseguibili perché saranno in qualche modo in regola con le norme burocratiche della immigrazione e del lavoro, ma queste saranno sempre schiave, cioè legate allo stesso meccanismo del debito e dello sfruttamento e alla reiterazione della schiavitù ai danni di ragazze sempre nuove che continueranno ad arrivare.

Affermare che “prostituirsi è un lavoro” e che è “una strada per guadagnare bene in poco tempo”, può danneggiare le vittime della tratta?
Assolutamente SI

In Svezia, la legislazione prevede che lo stato criminalizzi il cliente e tuteli la vittima della prostituzione. Secondo diversi studi, così facendo, la prostituzione in Svezia è calata di molto. Ritieni che questo modello possa essere efficace per combattere la tratta e la prostituzione nel nostro paese?
Non è vero che i clienti sono diminuiti, si orientano gli studi esattamente come si fa in Italia per dire che si fa molto contro la tratta: il numero delle vittime è stimato non in base alla realtà, ma in base ai risultati dei servizi antitratta: i numeri dei servizi dicono che più di 10 mila sono state aiutate in 10 anni? Bene, alloro si stima che le ragazze sono 12/15 mila, quindi tutte hanno avuto una opportunità di liberazione e moltissime l'hanno colta. Se, però quelle ragazze fossero stimate in numero maggiore, quei risultati non sarebbero positivi. Il problema della Svezia è non riuscire a capacitarsi del perché il problema sussista anche se esiste una realtà di liberazione sessuale diffusissima.
Il mio libro è stato tradotto in finlandese... chissà perché in quei paesi c'è la necessità di capire il problema.
La questione, allora, è rovesciare una verità presunta: il problema non sono i clienti e le prostitute libere. Il problema sono le schiave.

Secondo te perché i clienti comprano le donne per soddisfare i loro desideri sessuali e poi (alcuni di loro) decidono di aiutarle a fuggire dalla prostituzione? Non pensi che sia un comportamento contraddittorio e illogico? I clienti sanno che le donne sulle strade sono in realtà donne trafficate? E se sì, perché decidono di comprarle lo stesso?
E chi lo dice che lo sanno? Gli stessi che affermano che le prostitute sono quasi tutte libere? Ma se sono libere sono liberi anche i clienti.
In realtà, invece, è ancora necessaria una opera si sensibilizzazione, informazione, prevenzione rivolte al mondo maschile perché il maschio cerca tutte le scuse che spieghino e giustifichino il suo esser cliente.
Solo l'esperienza diretta porta il maschio a prender atto che quelle ragazze NON sono libere e a quel punto spesso decide di non esser complice, ma risorsa contro la tratta; ma deve affrontare un difficile percorso di consapevolezza nel quale nessuno lo accompagna o lo sostiene: si trova così ad esser criminalizzato moralmente, rischia multe e pene per un comportamento che è favorito parimenti da trafficanti e leggi.

Cosa proponete tu e la vostra associazione allo stato e alla società per contrastare e combattere la schiavitù sessuale delle donne straniere, sia a livello legislativo che educativo e sociale?
Il fenomeno dello sfruttamento delle nigeriane, e delle altre, è intenso da almeno 20 anni. Noi vittime ed ex vittime della tratta non chiediamo nulla perché lo Stato ci risponderebbe che da 20 anni finanzia il nostro sostegno e che le nostre richieste e proposte NON valgono o, meglio, valgono poco perché altri sono più qualificati di noi per formularle sulla base di conoscenze giuridiche, sociologiche, psicologiche, ecc. ecc.
Da molto fastidio allo stato che una organizzazione di vittime ed ex vittime, l'unica esistente in Italia e in Europa, parli; siamo le beneficiarie dei servizi e degli interventi che lo stato e le istituzioni ai vali livelli e in vario modo hanno posto in essere e diciamo come beneficiare, che NON funziona, che nove su dieci di noi non beneficiano di nulla, che nove su dieci diventano prostitute per colpa della inefficienza dei servizi dello stato e che non si sa ipotizzare altro che regolamentare la prostituzione, cioè fissare regole e modalità per regolarizzare il nostro sfruttamento.
Noi non possiamo dire bisogna fare in un altro modo, perché nel frattempo altri contestano le nostre proposte e difendono le loro.
Noi facciamo a modo nostro, allora: facciamo auto - mutuo aiuto, cerchiamo di farci sentire e dire la nostra verità, anche se è difficile perché ci mancano gli strumenti culturali per elaborare il pensiero e ci manca la malizia politica per proporlo ai tavoli dove le decisioni sono prese sulle nostre spalle. Per fortuna che MOLTI servizi sono validissimi, quindi non stiamo criticando tutti e chiunque; ma nell'insieme la realtà è questa. A noi è preclusa perfino la possibilità di aiutare noi stesse.
Insieme ad altre e a parti importanti della società civile, noi facciamo accoglienza, motiviamo, sosteniamo, accompagniamo ragazze nella ricerca di una via di uscita, “anche” attraverso i servizi, ma anche dopo, senza mai dimenticare che siamo sole quando i servizi hanno completato il loro intervento e ci considerano autonome, mentre noi siamo ancora in balia dei trafficanti, del debito, dei falsi pastori complici delle maman, delle comunità nigeriane complici, ecc. ecc.
Siamo sole contro la mafia nigeriana, una delle peggiori al mondo.

Quanto è importante dar voce alle sopravvissute della tratta e della prostituzione e perché la loro voce tende a essere meno ascoltata rispetto a quella di tante altre?
Per assurdo ha voce il Comitato per i diritti delle prostitute, non l'associazione vittime ed ex vittime della tratta: è così che si costruiscono una cultura ed una politica che a noi non possono offrire nulla.
Il problema non è il Comitato delle prostitute che fa quello per cui è nato; il problema è che il sistema, tra squilibri politici, sociali, morali, ecc. ecc. è miope. Il problema sono le donne alle quali sembra più facile ascoltare le prostitute delle vittime della tratta, perché la libera scelta è legittima, mentre esser vittime significa vittimizzarsi e, quindi, screditare moralmente le prostitute a vantaggio di quelle costrette a prostituirsi. Più facile sostenere che le vittime non esistono e tutte sono solo prostitute e basta, in modi e luoghi diversi.
Per noi non è così, ma ci è difficile dover sostenere una posizione come questa nostra che sembra ideologica, contrapposta alla ideologia di altri, mentre è la nostra vita reale ad essere in gioco. Per troppi sarebbe meglio se noi non ponessimo proprio il problema e per spingerci a questo non ci ascoltano: per noi è già cos' difficile anche solo parlare...






giovedì 21 febbraio 2013

Prostitute? No, sono schiave

Palermo: manifestazione anti-tratta in ricordo di Favour e Loveth
Un articolo veramente ben fatto sull'Espresso di questa settimana, molto utile per comprendere il business della mafia nigeriana sulla pelle delle donne tra Nigeria ed Europa, oltre i luoghi comuni.

Il negozio me lo indica con un cenno mentre ci passiamo davanti. Il quartiere è quello della Maddalena, decantato da De André. Dietro la vetrina, una ragazza nigeriana parla con una coetanea. "E' una Maman" mi spiega "una sorta di maitresse. E questo negozio è stato aperto grazie alla collaborazione di un italiano cui poi hanno regalato una ragazza per riconoscenza. In generale, tutti i negozi di parrucchiere o di cosmetici sono di copertura, servono a mascherare il traffico di ragazze". Ad accompagnarmi in giro per Genova è Claudio Magnabosco, fondatore dell'associazione "Le ragazze di Benin City" e marito di Isoke Aikpitanyi, una ragazza nigeriana vittima di tratta, ridotta in coma quando nel Duemila decise di sottrarsi ai suoi aguzzini. La raggiunsero in un parco a Torino quando era appena fuggita, la circondarono in tre e la picchiarono selvaggiamente finché una signora, attirata dalle urla, non chiamò la polizia. Isoke rimase in coma per tre giorni e le dovettero ricostruire l'arcata sopraccigliare.

L'operazione antitratta. Quello della tratta di esseri umani è un fenomeno di cui non si parla quasi più, come hanno denunciato anche i responsabili di Caritas Immigrazione durante il coordinamento della scorsa settimana: un traffico semiscomparso dalle cronache nostrane. Eppure proprio a gennaio una maxi operazione ha portato a ben 55 arresti, smantellando una rete internazionale che dall'Africa portava migranti in Italia. In manette è finito addirittura un mediatore culturale dell'Ambasciata italiana a Nairobi. Roba da prima pagina. E invece niente. E anche il giro d'affari era di tutto rispetto: circa 25 milioni di euro e proveniva dalla contraffazione dei documenti, dai proventi dei viaggi e dal vero e proprio commercio di persone.

Questione di Pil. In Nigeria, mi spiega Claudio, la tratta di esseri umani copre una percentuale del Prodotto interno lordo nazionale ed è gestita ad altissimi livelli. "Persone vicine alle istituzioni, molto potenti, che non si sporcano direttamente le mani ma gestiscono nell'ombra". E Claudio racconta la vicenda di Isoke: quando la ragazza chiamò i genitori sperando che potessero aiutarla, il padre, un funzionario del Tribunale, dopo qualche giorno le fece sapere che non avrebbe potuto far nulla: le coperture erano troppo potenti. "Si parlava, all'epoca, della moglie del governatore dell'Edo State, ma non ci sono prove". [...]

lunedì 14 gennaio 2013

La percezione del femminicidio e della violenza fra le vittime della tratta

Copio e incollo questo contributo di Isoke Aikpitanyi, pubblicato su Maschile plurale:

"Che succederebbe se le donne uccise in italia non fossero 100 ma 4000?"
E' una ipotesi, una provocazione? No, è un calcolo proporzionale riferito alle nigeriane uccise in Italia...per non dire delle donne dell'est, delle latine e delle altre straniere.
Il numero di donne italiane uccise nel 2012 ha superato le 120 unità; ogni giorno durante tutto l'anno è uscito un vero bollettino di guerra con nuove vittime del femminicidio.
Nei giorni scorsi, con alcune ragazze nigeriane che con me portano avanti l'Associazione vittime ed ex vittime della tratta, dando accoglienza e sostegno a giovani vittime, si siano incontrate a Genova per decidere come operare nel 2013.
Tira un'aria molto brutta per le nigeriane... eppure continuano ad arrivare in Europa e in Italia.
Solo nel 2012 in Italia sono state assassinate dieci nigeriane.
Dieci che rientrano nel numero delle donne vittime di femminicidio?
Alcune sì, altre no perchè non tutte le donne italiane e non tutte le donne impegnate contro il femminicidio contano tutte le donne assassinate e perchè comunque non esiste una lista del tutto attendibile sul numero complessivo delle donne uccise.
Ma anche quando avremo superato questo problema e tutte saranno sempre e comunque conteggiate e considerate, noi vittime della tratta faremo fatica a far capire che la percezione della morte e della violenza, fra noi è molto più forte e drammatica che fra le donne italiane.
Non è una questione banale: è che dieci nigeriane uccise su 15 mila (tante sarebbero secondo alcune stime e tante sono "tutte" quelle che secondo le stime sarebbero presenti in Italia) sono una enormità.

Nella indagine che tre vittime della tratta hanno realizzato nel 2011, avvicinando mille  ragazze nigeriane in Italia, è emerso che ciascuna di quelle mille ne conosce circa 10/15 altre: è come se attraverso di loro mille le avessimo avvicinate tutte quindici mila. E quando una è uccisa, sicuramente o la conoscevamo di persona o la conoscevano altre a noi molto vicine. Questa prossimità umana, questa conoscenza diretta e personale rende più penoso il dramma e rende più grave il terrore di poter essere uccise.
Ho scritto nel mio primo libro che le ragazze che sono costrette ad andare in strada, ogni sera prima di uscire di casa pregano Dio di non incontrare un balordo che le violenta e le uccide e di incontrare, invece, un uomo buono le aiuta.
La morte comunque è lì, brutale non solo quando conosci personalmente la vittima, ma anche quando ricordi che tu stessa l'hai scampata. Io l'ho scampata ..! E tantissime hanno rischiato o sono scampate.
Che 100 e passa donne italiane possano essere uccise è osceno, ma se le italiane fossero uccise con la stessa frequenza con la quale sono uccise le nigeriane, le donne uccise in Italia sarebbero 4 mila! Per fortuna questa è solo una ipotesi, ma è solo considerandola che le donne italiane potranno capire cosa si agita nell'animo di tante altre donne straniere e, quanto meno nell'animo delle nigeriane..
Se poi aggiungiamo la morte e la violenza che queste donne subiscono durante i loro viaggi, il quadro di insieme che ne esce diventerà insopportabile.
Ricordo, inoltre, quando mi intervistarono sugli stupri patiti dalle vittime della tratta: un giorno si e l'altro anche...- risposi - tanto che mi venne da dire che ogni africana violentata è una donna bianca che la scampa... Lo dissi intervenendo alla Casa Internazionale della donna, a Roma. Mi dicono sempre che è una frase terribile, ma è vera ed è anche peggio perchè noi siamo lo sfogatoio sessuale e di violenza dei maschi in Italia, maschi non solo italiani, si badi.
Questa nota ha lo scopo di evidenziare che contro il femminicdio bisogna mettere in campo molte energie, energie differenziate, ma che bisogna anche mettere in campo molte sensibilità diverse e bisogna avere la lucidità per conoscere il problema sotto tutti i suoi aspetti; il che vuol dire che la percezione della gravità del problema è diversa per le donne straniere e per le donne italiane, e vuol dire anche individuare che cosa bisogna fare per stroncare questo dramma.
Noi vittime ed ex vittime della tratta sappiamo, per esperienza, che i centri antiviolenza non sono operativi a nostro favore e lo sono solo in parte a favore delle donne straniere; non è una accusa o una critica. E' che i centri antiviolenza sono nati per una tipologia di attività rivolte soprattutto alle donne italiane; sono aperti anche alle straniere che, però, conoscono poco i servizi ai quali potrebbero rivolgersi per avere sostegno. E non è certo colpa loro, di queste donne.
Bastarebbe analizzare i dati dei centri antiviolenza per scoprire che questo è vero e che, quindi ci vorrebbero, tanto per cominciare, più attività di mediazione per far conoscere i servizi alle straniere e per accompagnarle ai servizi.
Per assurdo anche in un conto generico del numero delle donne uccise, una variante tra il 15 e il 25% delle donne vittime di femminicidio è costituita da donne straniere, ma le donne straniere non sono il 15/25% della popolazione femminile, sono molte di meno, il che evidenza ancor più che proporzionalmente, il numero delle straniere uccise è molto elevato.
A favore delle vittime della tratta sono previsti servizi diversi dai centri antiviolenza; ma se contro il femminicidio si chiede solo di rafforzare i centri antiviolenza, vuol dire che per le vittime della tratta si fa poco; i servizi antitratta sono quasi tutti a rischio di chiusura, sono privi di finanziamento, lo ha detto perfino don Gallo, alla Commenda, domenica 16 dicembre. Quindi contro il femminicidio bisognerebbe chiedere il rafforzamento dei centri antiviolenza e dei servizi antitratta.
Altrimenti ad un problema gravissimo come il femminicidio, si rischia di rispondere con una proposta risolutiva che lo affronta solo in parte.
Bisognerebbe anche mettere in campo la capacità di analizzare seriamente e serenamente cosa è stato fatto prima che i centri antiviolenza (e i servizi antitratta) perdessero la maggior parte delle risorse. Bisognerebbe guardare i risultati ottenuti e quelli non ottenuti e, magari, cambiare qualcosa.
Questo perché se le lotte delle donne e, in particolare, di SNOQ contribuiranno ad aumentare il numero delle donne impegnate in politica e nel governo, a me e a noi vittime ed ex vittime, nessuna donna che sta correndo in politica o che sostiene donne che correranno in politica, ha ancora detto che cosa farà per affrontare i problemi del femminicidio delle donne italiane e di quelle straniere: dobbiamo aspettare che siano elette per conoscere i loro programmi in merito?
Tutte queste criticità alimentano un senso di isolamento delle vittime della tratta dal resto della società civile, il che vuol dire che non credono nella possibilità di uscire dalla tratta e di inseririsi normalmente nella società civile, quindi non credono nei servizi, non credono nelle persone che parlano di loro, di noi, senza dire esattamente che cosa intendono fare.
Questo è un problema che riguarda le donne, perché queste rassicurazioni, gli impegni conseguenti e le decisioni nuove che dovrebbero essere adottate, le donne italiane DEVONO renderli espliciti a tutte le donne, utilizzando soprattutto il canale e lo strumento di operatrici pari o di mediatrici che provengono dagli stessi paesi delle donne alle quali bisogna parlare.
Il numero di queste donne "operatrici" è molto basso; chiediamoci allora come mai apparentemente mentre a molte donne italiane e a molti uomini è stata offerta è stata offerta la possibilità di lavorare, con uno stipendio, nella realtà della tratta, pochissime vittime ed ex vittime hanno avuto questa opportunità, quando è chiaro che le operatrici pari detengono la capacità spontanea di esser concrete; formare e valorizzare queste capacità spontanee sarebbe stato un investimento positivo, ma NON è stato fatto nulla in tale direzione.
Anzi neppure tutte le mediatrici in campo  sono delle "pari", ma sono semplicemente donne che provengono dallo stesso continente: è come se a sostenere una donna sarda che proviene dalla profonda barbagia, si impegnasse una finlandese, solo perchè sono entrambe europee. A stento riusciranno a parlarsi.
Non aver favorito l'auto-rappresentatività delle vittime e delle ex vittime è un problema concreto: se lo proponeva tanti anni or sono Leopoldo Grosso, numero due del Gruppo Abele e io gli ho dato ascolto fondando l'associazione vittime ed ex vittime della tratta che, però fatica a farsi ascoltare, perchè io fatico a rappresentarla operando in modo autogestito ed autofinanziato, e perché non mi si riconosce - a me e alle altre che operano con me - l'autorevolezza di quel che diciamo.
Invece di ascoltarci le donne italiane preferiscono fare il possibile per rappresentarci loro, prendendosi tutto lo spazio, cercando di capire, intepretare e rappresentare noi che vorremmo farlo direttamente. In questo modo si creano difficoltà tali che molte rinunciano e molte si adattano: alcune si adattano a prostituirsi, anche se non volevano prostituirsi, altre si adattano a diventare operatrici in un sistema che fa quel che può, certo, non si riuscirà mai a fare molto!) anche se sono consapevoli che si potrebbe fare molto di più.
Il titolo di questo breve documento, spiega quale è la percezione del femminicidio e della violenza tra le donne vittime ed ex vittime della tratta e, in particolare, tra le nigeriane che hanno un minimo di organizzazione per rappresentarsi, per auto-rappresentarsi.
Le nigeriane sono escluse dalla società bianca, vivono all'interno della loro comunità africana, percepiscono suoni esterni che, per loro, sono tutti suoni spaventosi, ma se a sfruttarle contribuisce il pastore pentecostale al quale si affidano, anche questo è peggio di ciò che le donne italiane subiscono dalle parole vergognose di un prete cattolico sessuofobo: i pastori, i finti pastori nigeriani, spesso sono i nostri sfruttatori...nessuno scende in piazza per questo e noi non possiamo farlo, perché siamo sole.
Provate ad immaginare, allora se non 100 ma 4 mila donne italiane fossero uccise ogni anno, pensate a quale angoscia, terrore vero si impadronirebbero delle donne se il dramma fosse questo.
Beh per noi vittime ed ex vittime, la situazione è esattamente questa.

mercoledì 31 ottobre 2012

Isoke Aikpitanyi, la scrittura come strumento di lotta

Pubblico qui questo ottimo articolo appena uscito sul sito della Società Italiana delle Letterate: 

 ”Tanti uomini che ho incontrato mi hanno chiesto    perché facessi quella vita. Ho risposto chiedendo perché mi venissero a cercare”
«Quando ho letto Le ragazze di Benin City ho pianto. Dopo aver letto  500 storie vere, mi sono detto: devo fare qualcosa e farlo pubblicamente. Non è un semplice libro, provoca reazioni, è strumento di lotta e di cambiamento».
A parlare è Gianguido Palumbo, di Maschile Plurale, palermitano che vive a Venezia, durante la presentazione 500 storie vere, il libro di Isoke Aikpitanyi, a Palermo per  la Giornata europea contro la tratta.  Il libro riporta la testimonianza di altri uomini, venti, tutti ex clienti, che hanno deciso di mobilitarsi pubblicamente a favore di ragazze africane vittime della tratta. In Italia sono più di quindicimila e hanno dato un contributo non indifferente alla realizzazione del libro/ricerca di Isoke perché chi è in grado di avvicinare le vittime, più degli stessi operatori di strada, sono proprio i clienti.
Del resto, racconta Isoke nel libro, come nelle rispondere alle domande del pubblico, il suo riscatto è cominciato quando ha conosciuto Claudio Magnabosco, suo attuale compagno:
«Iniziammo insieme un percorso che avrebbe portato me fuori dalla tratta e lui fuori da un senso di impotenza contro i trafficanti, e di colpa per esserne stato complice. Scrisse un romanzo verità Akara-ogun e le ragazza di Benin city che diventò un manifesto. Molti  uomini arrivavano a casa nostra con ragazze africane in cerca d’aiuto. Cominciai ad occuparmi di loro, le accoglievo in casa, e nacque il progetto La ragazza di Benin city. Non volevo limitarmi a dire poverine quanto hanno sofferto, volevo creare una rete  per dare alle ex vittime della tratta la possibilità di dare sostegno a ragazze ancora vittime. Per raccontarsi  e darsi voce pubblicamente. Non volevo essere  oggetto di studio da parte di specialisti,  ma soggetto attivo.  Era il 2006 e ne conoscevo  47. Oggi sono oltre 300».
Alta, nera, statuaria, vestito sontuoso, lunga collana bianca, capelli cortissimi, Isoke parla lentamente,  concedendosi lunghe pause. Alla domanda «perché ti sei decisa a scrivere», risponde come  nell’incipit del libro:
“Io non volevo scrivere libri. Vendevo frutta e verdura con mia madre a Benin city  e desideravo venderla in Europa. Il nostro inferno è cominciato con la tv. Dentro quella scatola magica vedevamo tutti i nostri sogni. Conoscevamo già gli Italos, la tv ce li mostrava tutti  ricchi. Alcuni  avevano cominciato ad offrire alle ragazze più giovani la possibilità di raggiungere l’Europa. Effettivamente quelle che erano già partite mandavano i soldi a casa e quelle che tornavano erano piccole regine piene d’oro. Non ci chiedevamo come. Quando toccò a me ero pronta ad affrontare l’avventura. Io proprio non volevo scrivere libri ma quello che mi è capitato qualcuno doveva pur raccontarlo ed è toccato a me perché ho visto come un sogno si può trasformare in incubo».
Quando è arrivata Isoke aveva vent’anni. Le avevano promesso un lavoro di commessa.  S’è ritrovata, come tante altre, a vivere in schiavitù.
Il libro, con una introduzione di Susanna Camusso, è insieme indagine, documento di protesta e di proposte operative,  su una realtà che Isoke  chiama “sommersa” in quanto le nigeriane non sono costrette solo a prostituirsi – stupro a pagamento Isoke definisce la prostituzione – ma sono schiavizzate, massacrate, violate, uccise . Molte si ammalano psichicamente. E’ una tratta gestita da una mafia potente e violenta, la stessa che traffica in organi e armi.
«Avvicinare le ragazze è difficile perché vengono spostate continuamente in zone sempre più periferiche, dove disturbano meno o dove le questure sono più morbide», spiega Isoke.
L’indagine è stata realizzata, oltre che con l’aiuto di ex clienti, insieme ad altre ex vittime, come Vivian e Sharon,  che hanno raccolto le risposte di 500 donne al questionario  proposto. Queste alcune cifre: ventimila vittime di tratta il cui numero aumenta mentre si abbassa l’età; diecimila maman; sette milioni di clienti; il debito da riscattare pari a centomila euro “trattabili”; 500 le donne uccise negli ultimi due anni;  profitto in Italia pari a diecimilioni di euro l’anno.
«Il nuovo oleodotto dove scorrono esseri umani al posto del petrolio», così Isoke definisce il business della tratta.
Dal questionario emerge che la maggior parte delle ragazze non sapeva che avrebbe dovuto prostituirsi, è senza permesso di soggiorno, non conosce i servizi antitratta e soprattutto non denuncia perché teme  il rimpatrio.
«L’articolo 18 del testo unico sull’immigrazione prevede la denuncia per accedere al programma di protezione, me  le ragazze non si sentono garantite perché le pene per chi sfrutta sono lievi e soprattutto brevi e temono le ritorsioni nei confronti soprattutto delle famiglie in Africa. Sono gli stessi motivi per cui non vanno al pronto soccorso nemmeno in punto di morte».
Nel libro sono anche raccolte 100 storie di vittime di stupri. Stupri quotidiani di bianchi, di gruppo, e spesso consumati dagli stessi connazionali che vivono in Italia e «che le schifano perché si vendono ai bianchi».
«Tanto nessuno  denuncia. Lo stupro di un’africana non fa notizia, la polizia non interviene, in ospedale non c’è attenzione. Dicono che non ci sono strumenti, ma se ad essere stuprata è una bianca è tutto diverso» dice Isoke.
I connazionali vengono assoldati dalle maman per picchiare chi si ribella o per “insegnare” alle più piccole come si fa a stare sul marciapiede.
C’è la storia di Judith, 14 anni, lasciata sull’asfalto più morta che viva alla sua prima sera di lavoro; di Prudence, 20 anni, analfabeta, che non vuole ricoverarsi, anche se ha l’utero perforato, per paura del rimpatrio; Tessie costretta a bere acido muriatico perche non voleva più saperne del marciapiede. A Sandra invece hanno strappato le unghia della mano. C’è Joy che dopo pochi giorni di matrimonio fu costretta a partire per l’ Italia dallo stesso marito e dal pastore che li aveva sposati e quando si è ribellata le è stato gettato in faccia un liquido corrosivo. E c’è Joan che è diventata una maman perché non riusciva a soddisfare le richieste continue della sua famiglia. Oggi è in prigione.
“Diventare una maman  per alcune fa parte del sogno”, scrive Isoke.
Poi ci sono le ragazzine, 13, 14 anni, vergini vendute agli Italos dalle famiglie.
Spiega Isoke : «Per le famiglie rappresentano un investimento. Significa che se va bene c’è da mangiare per tutti, si possono mandare i figli a scuola, comprare una casa e magari pure la macchina. Quando arrivano certe notizie dall’Europa, finché i soldi arrivano stentano a credere, o fanno finta di non credere, ma se la ragazza torna, e spesso torna in condizioni disumane, viene scacciata perché la colpa è sua, non è stata brava, non ha saputo utilizzare l’opportunità. Questa è la realtà anche se crudele … Ma la via d’uscita c’è, io la indico nel libro. Se per fare questo devo scrivere, io scrivo. Non c’è bisogno di essere intellettuali per dire la verità».
Isoke Aikpitani, 500 storie vere  Ediesse, Roma 2011 , 150 pagine, 10 euro
Laura Maragnani e Isoke Aikpitani , Le ragazze di Benin City, Melampo, Milano 2007, 211 pagine 12 euro

Fonte: http://www.societadelleletterate.it/2012/10/isoke-aikpitanyila-scrittura-come-strumento-di-lotta/

giovedì 18 ottobre 2012

18 ottobre (testimonianze - 5)



Oggi è la giornata europea contro la tratta di esseri umani. Non trovo niente di meglio per questa giornata che postare una lettura di alcuni brani dal libro "Le ragazze di Benin City" di Isoke Aikpitanyi. Un altro brano tratto dal libro l'avevo postato qui, mentre qui ho recensito il secondo libro, "500 storie vere".


Chi  tiene alle ragazze, anche solo come si tiene a una merce da sfruttare, non farà mai fare loro un viaggio così terribile. Vuole che tu arrivi sana e salva e in buone condizioni. Buone vuol dire: abbastanza da lavorare. Subito.
Il viaggio nel deserto lo fanno i ragazzi che non hanno trovato un’organizzazione, o le ragazze che proprio vogliono venire via e non hanno i soldi per pagare e sono disposte a morire nel provarci.
Ma una maman che fa questa cosa alle sue ragazze, ecco: è il peggio che puoi trovare, quando arrivi in Europa.
Come Carol di Brescia.
Chiedi in giro, la conoscono tutte.

Carol ha fatto un viaggio orribile, anni e anni e anni fa. E’ stata una delle prime donne che sono partite, coi primi giri, quando ancora non c’era tanta organizzazione. Partivi e via. A volte arrivavi, a volte no.
Solo quando si è capito che le ragazze sono un business redditizio sono cominciati i giri mafiosi, l’organizzazione capillare, i viaggi studiati in modo che la merce arrivasse in condizioni migliori. E’ stato allora che hanno cominciato a coinvolgere anche le famiglie nei contratti, così da avere un controllo all’origine.
Ma questa è un’altra storia, e te la racconto dopo.
Adesso ti dico che Carol ha fatto un viaggio spaventoso.
Attraverso il deserto. Non ti so dire i dettagli ma ti dico solo che chi l’ha ordinata era una che se ne fregava, come la maman di Osas. A un certo punto del viaggio a Carol si sono congelate le dita delle mani. Dice: era la mia mano sinistra, per l’esattezza. E mica l’hanno portata all’ospedale. Gliele hanno tagliate lì dove stava, con una specie di machete.
 Quando è arrivata in Italia l’hanno mandata sulla strada.
Lei ha detto no, non voglio, non posso. Ha mostrato il moncherino: guardate la mia mano, ha detto. Guardate, ha detto, io non sono in grado di lavorare.
Per fare il lavoro che devi fare, le mani non ti servono.
Proprio così. E’ questo che le hanno detto.
E la Carol di allora non era ancora la Carol di oggi, era una ragazza come le altre, una che non è riuscita a reagire, che è andata a lavorare, e lavorando ha pagato il debito. Quando ha finito di pagare ha detto: voglio fare i soldi anch’io. Io con questa mano non posso fare altri lavori.
Ha ordinato anche lei una ragazza e adesso ne ha più di dieci che lavorano per il suo guadagno, e alle prime ha fatto fare tutto il viaggio lungo, esattamente come le era toccato di fare.
Per vendetta, dici.
Può essere.
Oggi come maman è spietata.
Quando una ragazza si ribella, lei dice: cosa credi, guarda le mie mani, non ci metto niente a tagliarle anche a te.
Le sue ragazze dicono che picchia, picchia, picchia. Basta un niente e lei picchia. Ha un marito nigeriano che va a controllare le ragazze sul marciapiede, e poi fa la spia. Soprattutto d’inverno. Quando nevica o ghiaccia e devi stare fuori tutta la notte sotto lo zero. Quando sulla strada tutte accendono il fuoco, ed è normale, perché se non ti scaldi un po’ finisci congelata. Ebbene: lei non lascia mai andare le sue ragazze vicino al fuoco.
Se una ha interrotto il lavoro per scaldarsi, e ha guadagnato anche solo un euro meno del dovuto, sono botte su botte.
Carol la riempie di botte.
Dice: ti faccio passare io il freddo.
Dice: guarda le mie mani e muoviti.        
         
Quando dico che si muore dentro devi credermi.
Ci sono dei momenti in cui è tutto così spaventoso e osceno e intollerabile che non puoi stare lucida e sopravvivere. A meno di non impazzire.
Qualcuna infatti impazzisce.
Altre si riempiono di alcool, o di eroina, o di medicine come gli antistaminici che ti ovattano la testa così non pensi più a niente.
Altre ancora si rompono, dentro.
Diventano perfettamente insensibili.
E quando alla fine escono dal trambusto, l’unica cosa che sanno dire è: anch’io voglio fare i soldi, e chissenefrega  delle altre. Prima è toccato a me, adesso tocca a loro.
E’ così che va il mondo, dicono.
E  forse è il loro modo di venire  a patti con quello che hanno passato. Di farsene una ragione.

Comunque Osas ha finalmente potuto avvertire i suoi. Ha chiamato sua mamma, per dirle cos’è successo.
Meno male, ha detto la madre. Sei viva, sono contenta.
Per due anni non aveva saputo che fine avesse fatto sua figlia.
Osas ha detto: sono viva, ma guarda cosa mi fanno fare.
Ma né suo padre né sua madre sono andati a protestare con la mamma della maman. Hanno detto solo va bene, l’importante è che sei viva.
Osas ha detto: ma non sai la vita che faccio. E che freddo. E sua madre: non esagerare, in Italia si lavora nei locali, si sta al caldo.
Mamma, bisogna vendersi.
Ma sua madre non ha mai fatto problemi. Si vede che sapeva dal principio, dico io.
E a quel punto Osas non si è più ribellata con nessuno. Dopo quello che aveva passato nella foresta e nel deserto, ora si ritrovava così, senza documenti e senza soldi, e con sua mamma che diceva va bene, non importa, lavora. Non aveva un posto dove scappare. A casa non la rivolevano. Che cosa poteva fare se non chinare la testa e dire: va bene.
(p.42-45)

[…]

Intanto l’organizzazione va a far casino a casa tua. Loro lo sanno: prima o poi ‘sta ragazza chiamerà i suoi genitori. Quindi tengono d’occhio la tua famiglia, se riceve telefonate o lettere. E allora vanno in casa e dicono: la ragazza deve rispettare i patti, altrimenti vi ficcate nei guai.
E’ una minaccia che funziona sempre, soprattutto quando sono stati i genitori ad accompagnare le famiglie dagli italos, come negli ultimi due o tre anni.  Ragazzine di tredici, quattordici anni. L’organizzazione le cerca così giovani perché sono più facili da gestire, e prima che riescano a capire le cose passa molto tempo. Prima che comincino a essere veramente donne, adulte, e capire cosa gli hanno fatto fare, e cosa gli hanno fatto.
Così alle feste di paese, ai matrimoni, ai funerali, c’è sempre qualcuno che filma le ragazze, e poi le maman guardano il film: quella è bassa, quella è troppo piatta, quella è troppo vecchia, quella sì che va bene. Quella piccolina lì. E’ lei che voglio.
E quando la scelta è fatta lo sponsor va dalle famiglie con dei regali. Dice: in Europa hanno bisogno di belle ragazze per fare la modella, la parrucchiera, la sarta. Perché non ci pensate?
E la famiglia quasi sempre dice di sì. Anzi, adesso sono le madri e i padri a muoversi, a portare le loro figlie. Sanno che in quella casa lì ci sono i parenti di una donna che porta le ragazze in Europa, hanno visto che la famiglia si è fatta la macchina, ha comprato casa. Allora dicono: anch’io.
Sanno tutto, secondo me.
Ultimamente sì, lo sanno.
Ma il paese non offre niente. E loro pensano che sì, questa figlia la mandano a fare una vita difficile, ma almeno così avranno un aiuto, potranno far studiare i bambini, comprarsi il mangiare, i vestiti, la casa.
(p. 47)

 […]

Perché è questa , forse ancora più del debito, la catena più difficile da spezzare per le ragazze. La catena dei mille obblighi familiari e delle mille responsabilità che te ne vengono. Dell’affetto. Della pena. Del desiderio comunque di essere accettate, e di pensare che al mondo, anche per te, anche se vivi in schiavitù su un marciapiede e ogni giorno muori di freddo e di angoscia, esiste ancora una casa. E’ per alimentare questo miraggio che ti ritrovi a mantenere dieci o dodici persone, e a fargli fare una bella vita mentre tu vivi  peggio di un cane.
Ed è molto difficile dire: basta.
Ma se vuoi salvarti devi farlo. Devi chiudere una porta in modo molto deciso, e trovare il coraggio di aprirne un’altra, anche se non sai che cosa c’è dietro. Io dico: un nuovo modo di vivere, di pensare, di stare al mondo. Ma è come chiudere gli occhi e tuffarsi dentro a un mare molto freddo, dico anche, senza sapere nemmeno se sei in grado di nuotare.
Però devi farlo.
Devi trovare il fegato di dire: il mio viaggio è stato tutto un fallimento.
Ed ecco, vedi, è da quel fallimento che può nascere una nuova vita.

La rabbia è la prima cosa che esce, quando dici basta.
Una rabbia furiosa e incontenibile verso tutto e verso tutti.
Finché come Osas arriva il giorno che dici: la mia rabbia adesso è per la Nigeria, un  paese pieno di rosorse ma dove la gente vive in maniera miserabile.
Dove non c’è  speranza di cambiamento o di miglioramento per nessuno.
Ed è per questo che i giovani vogliono partire, dice. Perché sono stanchi di sognare davanti alla televisione, e perché vogliono provare a farsi una vita migliore.

Io, Isoke, adesso non ci credo più che esiste il paradiso: ma un giorno anch’io ci credevo, e pensavo che fosse fuori dalla Nigeria. Non ne potevo più di stare in un posto dove i poveri sono poverissimi e i ricchi sono ricchissimi, a due metri soli da casa tua. Tu non hai la penna per scrivere e i libri per andare a scuola, la tua famiglia fatica a darti da mangiare, e i tuoi vicini danno il roast beaf al cane. Ma come fai ad accettarlo? Tu non mangi abbastanza e al villaggio vengono i parenti ricchi: vieni in città che ti faccio studiare. E poi ti ritrovi in casa loro a fare la serva.
Non si può.
Tu vedi tutta quest’ingiustizia e la rabbia nasce lì, la rabbia e la voglia di scappare, di conquistare qualcosa di meglio.
Ma che c’è di male a sognare?
Nulla, dico io.
Il male lo fa chi si approfitta dei tuoi sogni.

Le ragazze come Osas cominciano a capire.
Guardano la loro storia e capiscono.
Che hanno dovuto assumersi troppe responsabilità fin da piccole, ed è per sfuggire a quelle responsabilità che sono finite nella tratta. Ma la tratta non è la soluzione per i problemi  della Nigeria. Se le famiglie non hanno i soldi per mangiare, o per vestire i figli, o per mandarli a scuola, allora devono fare la loro parte: che protestino. Si assumano le responsabilità di chiedere ai padroni e al governo dei salari migliori, delle scuole migliori, una migliore qualità della vita.
Non è vendendo le loro figlie ai trafficanti che costruiranno per loro, e per la Nigeria, un futuro decente.

Io tutte queste cose prima non le pensavo. Le vedevo e le pativo; ma è solo adesso che le ho finalmente chiare dentro la testa, e ho imparato anche ad esprimerle con le parole. Sono molto diversa dalla ragazza di vent’anni che un giorno è partita da Benin City con lo zaino della scuola e il suo unico paio di blue jeans. Nel male come nel bene, vedi, quest’esperienza mi ha fatto crescere.
Per esempio ho capito che le cose non sono mai tutte bianche o tutte nere, che non c’è il buono e il cattivo, la vittima e il carnefice.
E quindi ora ti spiego che la tratta non è solo un problema di sesso, di puttane e di clienti. La tratta è innanzitutto un affare colossale. Un business. E’ una schiavitù che rende un mucchio di soldi e questi soldi se li dividono bianchi e neri, in perfetto accordo. Sulla pelle di noi ragazze non nasce solo la fortuna di gente come la maman che ho visto su un giornale, seduta su un divano a Benin City, circondata da pile alte così di soldi. Ci sono anche i bianchi perbene, quelli che non picchiano mai i figli o la moglie, quelli che magari la domenica vanno in chiesa, hanno un bel cane, bravi vicini, una reputazione su cui non appare mai l’ombra di una macchia. Sono questi che vendono i visti, che organizzano i viaggi, che ti fanno passare senza dare nell’occhio dentro agli aeroporti. Sono i poliziotti venduti, gli avvocati delle maman, i mediatori, gli affittuari. Un sacco di brava gente che ha fatto fortuna grazie al traffico delle ragazze di  Benin City.
Ma agli occhi di tutti sono loro le cattive.
Le puttane.
Quelle che danno scandalo per le strade.
Quelle che pagano sempre per tutti.
(p. 195-198)

[…]
L’ultima storia che ti racconto è quella di mia sorella.
La mia sorella più piccola, quella che adesso ha poco più di vent’anni. Ne aveva quattordici quando sono partita. Mi ricordo a malapena una ragazzetta magra, con le gambe molto lunghe. Le treccine nei capelli. Gli occhi grandi così.
Pochi mesi fa mi ha detto che era incinta e che voleva venire in Europa.
Aveva trovato un viaggio, anche lei.
Ha detto: finalmente ho la mia bella occasione.
La sua bella occasione.
Ho chiuso gli occhi e dentro di me una voce ha gridato: non è possibile. Quando mai finirà questa storia. Quanti anni, quanto dolore, quante morti ci vorranno ancora, prima che la Nigeria smetta di mandare al macello le sue figlie.
A malapena ho trovato la voce per dire: guarda, se vuoi sognare, sogna.
Ma la realtà qui è ben diversa dai sogni.
Ascolta.

Ho preso, il cuore in mano e ho cominciato a parlare. Cos’è la tratta. Che cosa fanno le ragazze. Come vivono. L’esistenza brutta che fanno.
Era la prima volta che trovavo il coraggio di parlare con qualcuno della mia famiglia: di dire tutto, tutto!, senza risparmiare un solo dettaglio. Vedi: non potevo tacere, stavolta. E dunque, con la bocca secca, le ho spiegato tutto come si deve. Le ho detto il freddo e le botte e le scarpe ridicole e la paura. I venticinque euro e il Ditoi e Ithoan trovata da un cane tutta mangiata dai topi.
Non pensare di essere più furba delle altre, ho detto.
Non sperare di essere diversa.
Non pensare che a te andrà meglio.
Ecco cosa le ho detto.
Lei ha solo chiesto: è successo anche a te.
Ho detto: sì.
E di venire in Europa non ha più parlato.
Devo proprio dirtelo, che sono felice?

(p. 199-200)