Visualizzazione post con etichetta testimonianze. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta testimonianze. Mostra tutti i post

mercoledì 19 dicembre 2012

Una legittima necessità (testimonianze - 6)


[Link all'originale: http://secretdiaryofadublincallgirl.wordpress.com/2012/08/19/a-legitimate-need/
Traduzione di Gabriele Lenzi che ringrazio]

C'era questa faccenda di Annawas14 su twitter l'altro giorno e stavo facendo il mio accesso settimanale/mensile per curiosare su twitter quello stesso giorno. Non sapevo di questa faccenda, ma sono finita a guardare alcune delle cose dette.
 
Oh rete. Ti amo e ti odio nella stessa misura.

Una cosa che qualcuno aveva detto mi ha davvero irritata. Era qualcosa più o meno come: "Criminalizzare una legittima necessità nella comunità non è un beneficio per nessuno." O qualcosa con questo significato. Una formula accattivante, devo dirlo.

Mi ha veramente, profondamente irritata.

Gli orgasmi non sono una legittima necessità. Mi è già capitato di fare questa puntualizzazione. Gli orgasmi sono il motivo per cui gli uomini incontrano le escort. Non ci vanno per la personalità attraente della prostituta o per la conversazione accattivante che può nascere o per l'atmosfera dell'ambiente in cui lei li accoglie. Ci vanno per fare sesso. Possono anche, incidentalmente, essere tristi, soli, patetici, qualsiasi cosa, ma ci vanno per fare sesso. Fine della storia. Possiamo per favore almeno superare questo punto, prima di tutto. Il sesso è il motivo per cui esiste la prostituzione. La prostituzione vende sesso. Gli uomini vogliono sesso.

Chiarito questo, sto presumendo che questa persona deve pensare che il sesso in sé sia una "legittima necessità".

No.

Il sesso non è una necessità. Non è un diritto umano. Il cibo è una necessità. L'acqua è una necessità. Se non ci procuriamo cibo o acqua moriamo. Se non ci procuriamo sesso moriamo. Ah no aspettate, non è che moriamo, semplicemente si è frustrati. Poi ci si abitua. E se il sesso è una "legittima" necessità, che cos'è una "illegittima" necessità mi chiedo? E perché questa "necessità" è solo per gli uomini? Senz'altro se il sesso è una "necessità" allora anche le donne devono necessitarlo regolarmente, per non consumarsi, così come sembra che capiti agli uomini. Eppure in qualche modo il mercato di prostituti non sta esattamente decollando. Gli uomini non vengono recensiti. La misura e la forma del cazzo degli uomini non viene discussa. Questa è divertente. Voglio dire: se il sesso è una necessità, perché queste cose non succedono?

Non ho fatto sesso per un lungo, lungo periodo, e molto tranquillamente sto bene. Ho un desiderio sessuale assurdo ma in qualche modo, in qualche modo, tiro avanti. Ho delle amicizie - sia maschi che femmine - che non hanno fatto sesso per anni. Siamo ancora vivi. Nessuna di queste persone si è consumata. Nessuna ha attraversato una furia omicida o stupratrice o ha intrapreso comportamenti depravati. Tutti i nostri organi sessuali sono ancora lì. Niente è marcito o si è staccato o ha chiuso bottega.

Ho anche sentito di gente che quando non può far sesso fa qualcosa. Com'è che si dice… desiderano avere un orgasmo ma non hanno partner o trombamici o cosaltro.

Ah sì. Si masturbano.

Si procurano un orgasmo da sé. Lo so. Geniale. La gente lo fa ogni volta che si rende conto che la loro "necessità", il "diritto umano" all'orgasmo non è soddisfatto. Pretendere che i bordelli siano un'ottima cosa perché provvedono alla "necessità" degli uomini (un orgasmo. Stiamo parlando di un orgasmo, forse due) è l'argomento più ridicolo che abbia mai sentito.

Ma chi ha scritto questo tweet non stava semplicemente dicendo che il sesso è una necessità, no. Stava dicendo che pagare per fare sesso sia in qualche modo una necessità. Neanche ho una risposta a questo. Fare sesso o averne bisogno è una cosa. Pagare per farlo è una cosa completamente diversa. E' un maledetto hobby. E' "divertirsi un po' " nella pausa pranzo prima di andare a casa dalle loro mogli.

Qualcuno sembra pensare che le prostitute salvino le "altre" donne dallo stupro. Trattenetemi. Immagino che queste persone credano anche che sia impossibile stuprare una prostituta. Che tipologia di donne ci sarà mai per "salvare" la prostituta dallo stupratore? Gli stupratori stuprano. Stuprano le nonne e le adolescenti e le prostitute e le proprie mogli. Stuprano le donne. Stupratori e uomini che sono sfortunati nel settore delle relazioni sessuali sono due cose parecchio diverse. Ma non entro in questo perché se lo faccio potrei davvero consumarmi alla fine.

E quale sarebbe questa "comunità" di cui parla? Una necessità legittima nella "comunità". Come una sorta di "centro sessuale" con finalità etiche. E' come se pensasse che il bordello di "Shameless" fosse una rappresentazione realistica della realtà. Dio mio. Riesco a pensare ad alcune "necessità legittime" in diverse comunità. Di cosa hanno bisogno le comunità? Integrazione, comunicazione, un senso di comunità, stato sociale, supporto sociale per i senzatetto e i tossicodipendenti, centri per la salute, centri sociali per bambini, polizia, sicurezza, facile accesso al sesso a pagamento…

Scherzo. Le comunità ovviamente non hanno bisogno di bordelli per svilupparsi. Che idea ridicola. Che idea offensiva. Si tratta di una parola accattivante per rendere la formula accattivante. Rimanda a gente che vive insieme e lavora insieme, si aiuta a vicenda, consiglia Alisha la polacca a un amico cliente perché lei è così amichevole e non richiede costi extra. E' questo il tipo di comunità a cui si sta riferendo? Perché non ho mai fatto parte di una comunità che "necessitasse" di un accomodante bordello locale.

Oibò.



giovedì 18 ottobre 2012

18 ottobre (testimonianze - 5)



Oggi è la giornata europea contro la tratta di esseri umani. Non trovo niente di meglio per questa giornata che postare una lettura di alcuni brani dal libro "Le ragazze di Benin City" di Isoke Aikpitanyi. Un altro brano tratto dal libro l'avevo postato qui, mentre qui ho recensito il secondo libro, "500 storie vere".


Chi  tiene alle ragazze, anche solo come si tiene a una merce da sfruttare, non farà mai fare loro un viaggio così terribile. Vuole che tu arrivi sana e salva e in buone condizioni. Buone vuol dire: abbastanza da lavorare. Subito.
Il viaggio nel deserto lo fanno i ragazzi che non hanno trovato un’organizzazione, o le ragazze che proprio vogliono venire via e non hanno i soldi per pagare e sono disposte a morire nel provarci.
Ma una maman che fa questa cosa alle sue ragazze, ecco: è il peggio che puoi trovare, quando arrivi in Europa.
Come Carol di Brescia.
Chiedi in giro, la conoscono tutte.

Carol ha fatto un viaggio orribile, anni e anni e anni fa. E’ stata una delle prime donne che sono partite, coi primi giri, quando ancora non c’era tanta organizzazione. Partivi e via. A volte arrivavi, a volte no.
Solo quando si è capito che le ragazze sono un business redditizio sono cominciati i giri mafiosi, l’organizzazione capillare, i viaggi studiati in modo che la merce arrivasse in condizioni migliori. E’ stato allora che hanno cominciato a coinvolgere anche le famiglie nei contratti, così da avere un controllo all’origine.
Ma questa è un’altra storia, e te la racconto dopo.
Adesso ti dico che Carol ha fatto un viaggio spaventoso.
Attraverso il deserto. Non ti so dire i dettagli ma ti dico solo che chi l’ha ordinata era una che se ne fregava, come la maman di Osas. A un certo punto del viaggio a Carol si sono congelate le dita delle mani. Dice: era la mia mano sinistra, per l’esattezza. E mica l’hanno portata all’ospedale. Gliele hanno tagliate lì dove stava, con una specie di machete.
 Quando è arrivata in Italia l’hanno mandata sulla strada.
Lei ha detto no, non voglio, non posso. Ha mostrato il moncherino: guardate la mia mano, ha detto. Guardate, ha detto, io non sono in grado di lavorare.
Per fare il lavoro che devi fare, le mani non ti servono.
Proprio così. E’ questo che le hanno detto.
E la Carol di allora non era ancora la Carol di oggi, era una ragazza come le altre, una che non è riuscita a reagire, che è andata a lavorare, e lavorando ha pagato il debito. Quando ha finito di pagare ha detto: voglio fare i soldi anch’io. Io con questa mano non posso fare altri lavori.
Ha ordinato anche lei una ragazza e adesso ne ha più di dieci che lavorano per il suo guadagno, e alle prime ha fatto fare tutto il viaggio lungo, esattamente come le era toccato di fare.
Per vendetta, dici.
Può essere.
Oggi come maman è spietata.
Quando una ragazza si ribella, lei dice: cosa credi, guarda le mie mani, non ci metto niente a tagliarle anche a te.
Le sue ragazze dicono che picchia, picchia, picchia. Basta un niente e lei picchia. Ha un marito nigeriano che va a controllare le ragazze sul marciapiede, e poi fa la spia. Soprattutto d’inverno. Quando nevica o ghiaccia e devi stare fuori tutta la notte sotto lo zero. Quando sulla strada tutte accendono il fuoco, ed è normale, perché se non ti scaldi un po’ finisci congelata. Ebbene: lei non lascia mai andare le sue ragazze vicino al fuoco.
Se una ha interrotto il lavoro per scaldarsi, e ha guadagnato anche solo un euro meno del dovuto, sono botte su botte.
Carol la riempie di botte.
Dice: ti faccio passare io il freddo.
Dice: guarda le mie mani e muoviti.        
         
Quando dico che si muore dentro devi credermi.
Ci sono dei momenti in cui è tutto così spaventoso e osceno e intollerabile che non puoi stare lucida e sopravvivere. A meno di non impazzire.
Qualcuna infatti impazzisce.
Altre si riempiono di alcool, o di eroina, o di medicine come gli antistaminici che ti ovattano la testa così non pensi più a niente.
Altre ancora si rompono, dentro.
Diventano perfettamente insensibili.
E quando alla fine escono dal trambusto, l’unica cosa che sanno dire è: anch’io voglio fare i soldi, e chissenefrega  delle altre. Prima è toccato a me, adesso tocca a loro.
E’ così che va il mondo, dicono.
E  forse è il loro modo di venire  a patti con quello che hanno passato. Di farsene una ragione.

Comunque Osas ha finalmente potuto avvertire i suoi. Ha chiamato sua mamma, per dirle cos’è successo.
Meno male, ha detto la madre. Sei viva, sono contenta.
Per due anni non aveva saputo che fine avesse fatto sua figlia.
Osas ha detto: sono viva, ma guarda cosa mi fanno fare.
Ma né suo padre né sua madre sono andati a protestare con la mamma della maman. Hanno detto solo va bene, l’importante è che sei viva.
Osas ha detto: ma non sai la vita che faccio. E che freddo. E sua madre: non esagerare, in Italia si lavora nei locali, si sta al caldo.
Mamma, bisogna vendersi.
Ma sua madre non ha mai fatto problemi. Si vede che sapeva dal principio, dico io.
E a quel punto Osas non si è più ribellata con nessuno. Dopo quello che aveva passato nella foresta e nel deserto, ora si ritrovava così, senza documenti e senza soldi, e con sua mamma che diceva va bene, non importa, lavora. Non aveva un posto dove scappare. A casa non la rivolevano. Che cosa poteva fare se non chinare la testa e dire: va bene.
(p.42-45)

[…]

Intanto l’organizzazione va a far casino a casa tua. Loro lo sanno: prima o poi ‘sta ragazza chiamerà i suoi genitori. Quindi tengono d’occhio la tua famiglia, se riceve telefonate o lettere. E allora vanno in casa e dicono: la ragazza deve rispettare i patti, altrimenti vi ficcate nei guai.
E’ una minaccia che funziona sempre, soprattutto quando sono stati i genitori ad accompagnare le famiglie dagli italos, come negli ultimi due o tre anni.  Ragazzine di tredici, quattordici anni. L’organizzazione le cerca così giovani perché sono più facili da gestire, e prima che riescano a capire le cose passa molto tempo. Prima che comincino a essere veramente donne, adulte, e capire cosa gli hanno fatto fare, e cosa gli hanno fatto.
Così alle feste di paese, ai matrimoni, ai funerali, c’è sempre qualcuno che filma le ragazze, e poi le maman guardano il film: quella è bassa, quella è troppo piatta, quella è troppo vecchia, quella sì che va bene. Quella piccolina lì. E’ lei che voglio.
E quando la scelta è fatta lo sponsor va dalle famiglie con dei regali. Dice: in Europa hanno bisogno di belle ragazze per fare la modella, la parrucchiera, la sarta. Perché non ci pensate?
E la famiglia quasi sempre dice di sì. Anzi, adesso sono le madri e i padri a muoversi, a portare le loro figlie. Sanno che in quella casa lì ci sono i parenti di una donna che porta le ragazze in Europa, hanno visto che la famiglia si è fatta la macchina, ha comprato casa. Allora dicono: anch’io.
Sanno tutto, secondo me.
Ultimamente sì, lo sanno.
Ma il paese non offre niente. E loro pensano che sì, questa figlia la mandano a fare una vita difficile, ma almeno così avranno un aiuto, potranno far studiare i bambini, comprarsi il mangiare, i vestiti, la casa.
(p. 47)

 […]

Perché è questa , forse ancora più del debito, la catena più difficile da spezzare per le ragazze. La catena dei mille obblighi familiari e delle mille responsabilità che te ne vengono. Dell’affetto. Della pena. Del desiderio comunque di essere accettate, e di pensare che al mondo, anche per te, anche se vivi in schiavitù su un marciapiede e ogni giorno muori di freddo e di angoscia, esiste ancora una casa. E’ per alimentare questo miraggio che ti ritrovi a mantenere dieci o dodici persone, e a fargli fare una bella vita mentre tu vivi  peggio di un cane.
Ed è molto difficile dire: basta.
Ma se vuoi salvarti devi farlo. Devi chiudere una porta in modo molto deciso, e trovare il coraggio di aprirne un’altra, anche se non sai che cosa c’è dietro. Io dico: un nuovo modo di vivere, di pensare, di stare al mondo. Ma è come chiudere gli occhi e tuffarsi dentro a un mare molto freddo, dico anche, senza sapere nemmeno se sei in grado di nuotare.
Però devi farlo.
Devi trovare il fegato di dire: il mio viaggio è stato tutto un fallimento.
Ed ecco, vedi, è da quel fallimento che può nascere una nuova vita.

La rabbia è la prima cosa che esce, quando dici basta.
Una rabbia furiosa e incontenibile verso tutto e verso tutti.
Finché come Osas arriva il giorno che dici: la mia rabbia adesso è per la Nigeria, un  paese pieno di rosorse ma dove la gente vive in maniera miserabile.
Dove non c’è  speranza di cambiamento o di miglioramento per nessuno.
Ed è per questo che i giovani vogliono partire, dice. Perché sono stanchi di sognare davanti alla televisione, e perché vogliono provare a farsi una vita migliore.

Io, Isoke, adesso non ci credo più che esiste il paradiso: ma un giorno anch’io ci credevo, e pensavo che fosse fuori dalla Nigeria. Non ne potevo più di stare in un posto dove i poveri sono poverissimi e i ricchi sono ricchissimi, a due metri soli da casa tua. Tu non hai la penna per scrivere e i libri per andare a scuola, la tua famiglia fatica a darti da mangiare, e i tuoi vicini danno il roast beaf al cane. Ma come fai ad accettarlo? Tu non mangi abbastanza e al villaggio vengono i parenti ricchi: vieni in città che ti faccio studiare. E poi ti ritrovi in casa loro a fare la serva.
Non si può.
Tu vedi tutta quest’ingiustizia e la rabbia nasce lì, la rabbia e la voglia di scappare, di conquistare qualcosa di meglio.
Ma che c’è di male a sognare?
Nulla, dico io.
Il male lo fa chi si approfitta dei tuoi sogni.

Le ragazze come Osas cominciano a capire.
Guardano la loro storia e capiscono.
Che hanno dovuto assumersi troppe responsabilità fin da piccole, ed è per sfuggire a quelle responsabilità che sono finite nella tratta. Ma la tratta non è la soluzione per i problemi  della Nigeria. Se le famiglie non hanno i soldi per mangiare, o per vestire i figli, o per mandarli a scuola, allora devono fare la loro parte: che protestino. Si assumano le responsabilità di chiedere ai padroni e al governo dei salari migliori, delle scuole migliori, una migliore qualità della vita.
Non è vendendo le loro figlie ai trafficanti che costruiranno per loro, e per la Nigeria, un futuro decente.

Io tutte queste cose prima non le pensavo. Le vedevo e le pativo; ma è solo adesso che le ho finalmente chiare dentro la testa, e ho imparato anche ad esprimerle con le parole. Sono molto diversa dalla ragazza di vent’anni che un giorno è partita da Benin City con lo zaino della scuola e il suo unico paio di blue jeans. Nel male come nel bene, vedi, quest’esperienza mi ha fatto crescere.
Per esempio ho capito che le cose non sono mai tutte bianche o tutte nere, che non c’è il buono e il cattivo, la vittima e il carnefice.
E quindi ora ti spiego che la tratta non è solo un problema di sesso, di puttane e di clienti. La tratta è innanzitutto un affare colossale. Un business. E’ una schiavitù che rende un mucchio di soldi e questi soldi se li dividono bianchi e neri, in perfetto accordo. Sulla pelle di noi ragazze non nasce solo la fortuna di gente come la maman che ho visto su un giornale, seduta su un divano a Benin City, circondata da pile alte così di soldi. Ci sono anche i bianchi perbene, quelli che non picchiano mai i figli o la moglie, quelli che magari la domenica vanno in chiesa, hanno un bel cane, bravi vicini, una reputazione su cui non appare mai l’ombra di una macchia. Sono questi che vendono i visti, che organizzano i viaggi, che ti fanno passare senza dare nell’occhio dentro agli aeroporti. Sono i poliziotti venduti, gli avvocati delle maman, i mediatori, gli affittuari. Un sacco di brava gente che ha fatto fortuna grazie al traffico delle ragazze di  Benin City.
Ma agli occhi di tutti sono loro le cattive.
Le puttane.
Quelle che danno scandalo per le strade.
Quelle che pagano sempre per tutti.
(p. 195-198)

[…]
L’ultima storia che ti racconto è quella di mia sorella.
La mia sorella più piccola, quella che adesso ha poco più di vent’anni. Ne aveva quattordici quando sono partita. Mi ricordo a malapena una ragazzetta magra, con le gambe molto lunghe. Le treccine nei capelli. Gli occhi grandi così.
Pochi mesi fa mi ha detto che era incinta e che voleva venire in Europa.
Aveva trovato un viaggio, anche lei.
Ha detto: finalmente ho la mia bella occasione.
La sua bella occasione.
Ho chiuso gli occhi e dentro di me una voce ha gridato: non è possibile. Quando mai finirà questa storia. Quanti anni, quanto dolore, quante morti ci vorranno ancora, prima che la Nigeria smetta di mandare al macello le sue figlie.
A malapena ho trovato la voce per dire: guarda, se vuoi sognare, sogna.
Ma la realtà qui è ben diversa dai sogni.
Ascolta.

Ho preso, il cuore in mano e ho cominciato a parlare. Cos’è la tratta. Che cosa fanno le ragazze. Come vivono. L’esistenza brutta che fanno.
Era la prima volta che trovavo il coraggio di parlare con qualcuno della mia famiglia: di dire tutto, tutto!, senza risparmiare un solo dettaglio. Vedi: non potevo tacere, stavolta. E dunque, con la bocca secca, le ho spiegato tutto come si deve. Le ho detto il freddo e le botte e le scarpe ridicole e la paura. I venticinque euro e il Ditoi e Ithoan trovata da un cane tutta mangiata dai topi.
Non pensare di essere più furba delle altre, ho detto.
Non sperare di essere diversa.
Non pensare che a te andrà meglio.
Ecco cosa le ho detto.
Lei ha solo chiesto: è successo anche a te.
Ho detto: sì.
E di venire in Europa non ha più parlato.
Devo proprio dirtelo, che sono felice?

(p. 199-200)




giovedì 7 giugno 2012

La voce delle sopravvissute (testimonianze - 3)

Non vogliono essere considerate delle vittime silenziose, ma sopravvissute che prendono parola. Sono tante le ragazze attive in rete su blog e siti e che prendono parola contro l'industria del sesso, per denunciare ciò che hanno subìto e come tutto ciò non sia affatto "normale". In Italia i loro libri non sono stati tradotti e questi blog non sono affatto conosciuti. Sarà perché siamo il paese dei clienti per eccellenza, dove la voce di questi regna incontrastata?
Nell'ambito della sezione "testimonianze" cercherò di tradurre alcuni dei loro post o brani di post. Oggi metterò un brano da un post di Rebecca Mott che spiega perché non vuole festeggiare la giornata internazionale della donna e quindi la traduzione di un intero post di Free Irish Woman che muove una forte critica a tutte quelle donne che, non essendosi mai prostituite, lo trovano invece assolutamente accettabile e non problematico per altre donne. Questo post mi ha dato tanto da pensare perché ci chiama in causa in prima persona.

Non posso celebrare quando la prostituzione e la violenza nella pornografia diventano solo un'appendice alla rivoluzione femminista - o le nostre vite e verità sono viste solo come un esempio terribile, ma ignorate perché qualcosa di troppo grande per averci a che fare.

Non posso celebrare quando le voci delle eccezionali donne fuoriuscite sono sempre in posizione secondaria nelle campagne abolizioniste - le nostre voci sono ridotte a statistiche, rese parte di qualche libro accedemico, usate come cifre - ci parlano sopra, attraverso di noi, intorno a noi.

Non posso celebrare finché il movimento abolizionista non metterà le voci e gli scritti delle donne fuoriuscite in un ruolo di primo piano - noi non siamo la vostra prostituta simbolo, non ci faremo trattare come animaletti domestici.

Non posso celebrare quando ogni giorno sento nelle mie viscere cosa sta accadendo in hotel, appartamenti, strade - tanti passano avanti e dicono che è normale.

Non posso celebrare quando tutto intorno l'immagine delle prostitute è solo o della "happy hooker" (puttana felice) o della vittima morta - non c'è realtà in queste immagini ed esse smorzano ogni verità detta.

Io celebrerò la giornata internazionale della donna quando tutte le donne e ragazze prostitute avranno completa libertà, sarà data loro voce, e saranno rese interamente umane.

Non posso celebrare prima di allora.

Rebecca Mott (qui la fonte in lingua originale che rimanda all'intero post)

--

La crudeltà idiota dell’ignoranza tossica
Una delle mie compagne fuoriuscite ha sollevato un’importante questione nel suo blog (secretdiaryofadublincallgirl) quando ha menzionato la crudeltà e insensibilità di donne che non sono state prostitute, che promuovono la prostituzione come un appropriato e accettabile “lavoro” per altre donne.
Questa visione viene espressa da alcune donne che non sono prostitute, non sono mai state prostitute né mai lo saranno. Sentire la commercializzazione dell’abuso sessuale venir sancito come accettabile è un doloroso, insultante schiaffo in faccia alle sopravvissute alla prostituzione, ma ascoltarlo da donne che non conoscono NULLA della prostituzione dall’esperienza personale è peggio che doloroso e insultante – è la più profonda pugnalata alle spalle che una donna che non è stata prostituta può dare a una donna con una storia come la mia. Non c’è dubbio che la posizione di queste donne ha radici nella loro ignoranza.
L’ignoranza è semplicemente una conseguenza del non aver mai sperimentato una situazione, ma qui non è la sola ignoranza a causare sofferenze emotive e concrete. Si tratta in questo caso di ignoranza accompagnata da convinzioni infondate. Questo è ciò che io chiamo “ignoranza tossica”.
Ma perché le persone si convincono di comprendere la forma di un’esperienza meglio della grande maggioranza di chi l’ha vissuta? Da dove viene questa grande arroganza?
Io penso che questa è alimentata in parte dall’insensata tendenza umana alla presunzione di sapere. Ci sono donne non prostitute a favore della prostituzione che ho incontrato online che dichiarano prontamente che non hanno alcuna esperienza di prostituzione – tuttavia si aspettano che noi sopravvissute alla prostituzione le stiamo ad ascoltare mentre ci raccontano che un mondo senza prostituzione è una cosa impossibile, irraggiungibile, persino non desiderabile! La cosa più gentile che io posso dire su queste donne è che, per la loro ignoranza, l’arroganza della loro posizione va oltre la loro stessa capacità di comprensione.
Perché qualche donna presume che, poiché lei ha seguito la sua comoda e privilegiata trafila borghese nel college (come fosse il suo fortunato diritto di nascita a non prostituirsi) che la sua educazione in qualche modo le dà l’attrezzatura per decodificare e analizzare l’esperienza della prostituzione meglio  delle donne che hanno guadagnato la loro comprensione con le loro proprie gambe aperte su un letto di un bordello?
Loro  sentono di essere meglio attrezzate per spiegare a noi la natura di ciò che ci è accaduto a causa di una profonda arroganza così sbalorditiva quanto insensata. A queste donne io ho da dire questo:
“TU NON HAI DIRITTO di parlare per noi, o di delineare la forma della nostra esperienza, o di tentare di educare il mondo su qualcosa di cui non sai nulla. Quando tu deformi  e distorci la realtà delle nostre esperienza vissute tu ci abusi altrettanto profondamente di quanto hanno fatto i clienti. La tua è la più perfetta espressione dell’idiota crudeltà dell’ignoranza – belligerante, arrogante e potente nella sua tossicità. Io mi vergogno del tuo “femminismo” e mi vergogno di quella parte del mio cuore che vorrebbe vedere che ti rimangiassi le tue parole in un letto di un bordello, perché non augurerei l’inferno a nessuna donna – nemmeno a te”.
Free Irish Woman: The mindless cruelty of toxic ignorance

sabato 12 maggio 2012

Una poesia per le survivors (testimonianze - 2)

Ho da poco scoperto, sempre grazie alla meravigliosa Chiara che ringrazio, diversi siti e blog scritti da ragazze che sono state nell'industria del sesso (come escort, call girl, prostitute) che ne sono uscite e che cercano di far conoscere attraverso la difficile scrittura delle loro esperienze traumatiche il vero volto di questo mondo del sesso commerciale e allo stesso tempo di dare una speranza ad altre persone nella stessa situzione, perché non si sentano sole. Ho appena cominciato a leggere questi materiali e proporrò via via delle traduzioni di alcuni loro post nel mio blog. E' sorprendente come nel nostro paese voci come queste siano assolutamente sconosciute, mentre i media mainstrem diffondono molto spesso un'immagine edulcorata di questo mondo.

Uno di questi blog è Secret diary of a Dublin Call girl. Proprio stamattina ho scoperto che la ragazza che lo scrive ha bisogno di smettere di farlo per andare avanti sulla strada del recupero di un suo equilibrio, anche a causa dei commenti insultanti e minacce ricevute da diversi uomini "clienti". Mi auguro che i post già scritti non vengano cancellati, ma in ogni caso ovviamente l'importante è che lei stia bene.

 Riporto sotto la traduzione del primo post del blog che si può leggere a questo link:
http://secretdiaryofadublincallgirl.wordpress.com/2012/01/14/poem-for-survivors-of-prostitution/
Il blog Survivors Connect Network raccoglie insieme post tratti da molti diversi blog e siti tra cui anche quello della Dublin call girl.

--

Poem for survivors of prostitution

Ho appena trovato questa poesia scritta da Laura Hershey, online, e penso sia un buon modo per cominciare questo blog sulla prostituzione e la mia storia dentro di essa. Questo mi auguro darà speranza ad altre che sono nella mia situazione e che non possono affrontare il rischio di far sentire le nostre voci.
 Le soli voci che io sento sono quelle di coloro che stanno in una rassicurante condizione e a queste persone non importa delle donne come me. Io non sono il "giusto tipo" di prostituta.Io sono stata danneggiata da queste esperienze, non sono "empowered", non sono una "donna di affari" che si è fatta da sé, sono stata una schiava del danno psicologico che il primo abuso ha causato in me. Spero che questa poesia ti aiuterà a realizzare che ci sono altre, che tu non sei la sola.

Quelli che hanno potere possono scegliere

di raccontare la loro storia

o no.


Quelli che non hanno potere rischiano tutto

a raccontare la loro storia

e devono.


Qualcuna, da qualche parte

ascolterà la tua storia e deciderà di combattere,

per vivere e rifiutare compromessi


Qualcun'altra le racconterà la sua propria storia,

rischiando tutto.

http://secretdiaryofadublincallgirl.wordpress.com/2012/01/14/poem-for-survivors-of-prostitution/


giovedì 3 maggio 2012

Business (testimonianze - 1)




Questo video, di grande impatto e successo, è stato realizzato per conto di Stop the traffik nel Red Light District di Amsterdam.
Ci sono diverse testimonianze e inchieste che mettono in luce la grande presenza delle mafie della tratta nel distretto, famoso per le sue vetrine e che il luogo comune vuole zona controllata in cui le donne potrebbero "prostituirsi in tutta sicurezza". Secondo la testimonianza di Patricia Perquin che ha lavorato come prostituta "in vetrina" per oltre quattro anni, almeno l'80% delle donne e ragazze sono costrette con la forza nell'industria del sesso. Come potrebbe - osserva lei - del resto una ragazza ungherese di 18 anni che non conosce la lingua e il paese procurarsi documenti e permessi, registrazione alla Camera di Commercio, ecc.. necessari a lavorare nel distretto? Patricia Perquin spera che il suo libro "Behind the windows of the red light district" possa dare alla gente un ritratto più realistico di questo luogo. Per lei, che è entrata nella prostituzione a causa di un grosso debito dovuto a una dipendenza da shopping complusivo, lavorare in vetrina è stato come giocare alla roulette russa, una distrazione di un attimo può costarti la vita e lei stessa una volta fu quasi strangolata da un suo cliente abituale.

Posto ora un lungo brano da "Le ragazze di Benin City" di Isoke Aikpitanyi su cui tornerò più volte, perché è una testimonianza importantissima di una ragazza coraggiosa trafficata nel nostro Paese.

Nessuno mi ha obbligato a partire.
Nessuno mi ci ha costretto.
Nella trappola mi ci sono messa da sola, per mia libera scelta.
Ma non era questo che mi aspettavo quando sono partita.
Questa situazione.
E nessuna via d'uscita.
 Quando siamo tornate a casa Judith mi ha spiegato tutto per benino, il mestiere è così, si fa così, la situazione è questa, il sistema è questo. E quando arriva la polizia devi scappare, sennò ti portano in questura e ti rimandano a casa. Mi ha messo dentro il terrore della polizia, non solo sul posto di lavoro, ma sempre sempre sempre. Anche quando esci per la spesa, per le passeggiate. Non uscire mai, non parlare mai con nessuno. Eccetera.
Il terrore della polizia è tale che le ragazze quando vedono passare la polizia si fanno il segno della croce, dicono I'm covered by the blood of Jesus, il sangue di Gesù mi copre e mi protegge. E a vederle così spaventate ti spaventi anche tu.
Poi vedi quando fanno le retate, e la furia con cui la polizia corre verso le ragazze, una scappa di qua, una di là, e tutte urlano, e tutte piangono; sembrano topi che fuggono davanti ai gatti. Urlano e piangono e scappano nel bosco, scappano nella notte e nel fango, e quando tornano a casa sembra siano state graffiate da una tigre. E poi si passano ore a togliere le spine. Come fai a non farti contagiare dalla paura?

 Io non volevo.
Ho detto: non se ne parla proprio.
Non è questo che mi avevate promesso.
Allora Judith ha detto: troveremo dell'altro. E mi ha presentato un tizio. Sii carina, ha detto, lui può offrirti un lavoro. Sii gentile. Molto molto gentile.
Che cosa vuol dire essere gentile.
Non capivo. O forse non volevo.
Lui era un bianco. Aveva le unghie lunghe e sporche, ma mi ha portato a cena in un posto elegante. Sei molto bella, ha detto. Una ragazza come te dovrebbe fare la modella. Sfilate. Spettacoli. Cose così.
Io quasi non ascoltavo, perché intanto non sapevo come mangiare la pasta che avevo ordinato. Se bisognava usare il coltello oppure no. Morivo per l'imbarazzo.
Lui intanto parlava e parlava.
Ha detto: ovviamente non è che ci sono sfilate tutte le sere. Bisogna adattarsi, fare qualcos'altro. Le serate nei locali, per esempio. Bei posti. Si balla, si parla con la gente, non è difficile. Poi quello che succede quando esci dal locale è affare tuo, la tua vita privata riguarda solo te.
Ha detto: non è necessario che tu vada a letto con qualcuno, al locale basta che ti fai offire da bere. Che tu sia gentile con i clienti.
E' così che funziona l'Europa.
Se non fai la schizzinosa fai i soldi; e poi fai come hanno fatto le altre.

 Allora ho chiesto: come hanno fatto le altre?
Ed è stata una delle poche cose che ho detto quella sera.
Lui si è messo a ridere. Fanno soldi, ha detto, comperano una ragazza, la portano in Europa e quella lavora e guadagna al posto loro. Sveglia, ragazzina. E' questo il business.

 E mi ha portato a vedere un night.
C'erano le luci basse e i velluti e la musica, e le ragazze erano vestite bene, ma la situazione era ancora più brutta che sul marciapiede. Albanesi, russe, rumene. Sono andata in un camerino, sono riuscita a parlare con due o tre ragazze. Mi hanno chiesto con chi lavoravo. Mi ha portato 'sto tizio, ho detto. E' la mia prima volta.
Loro hanno detto vai via. Scappa.
Mi hanno detto che loro erano state vendute.
Due erano più grandi di me, una aveva solo diciassette anni. Non avevano la minima possibilità di scappare. Se uscivano dal locale per prendere aria, subito arrivava un albanese con la faccia cattiva, cosa fai qui, torna subito dentro.
Dentro.
Hanno detto: meglio che vai sulla strada, sei più libera. Non tornare più, non mettere più piede in un night. Perché adesso sei ancora in tempo a scappare, ma una volta che hai firmato il contratto non hai più scampo. E anche se dicono che non c'è bisogno che vai a letto coi clienti, dopo non puoi più rifiutare niente.
Ma allora io devo andare sul marciapiede, ho detto.
E loro hanno detto: ma cosa pensi che facciamo qui?
Mi hanno portato in alcuni camerini dove c'erano delle donne in ginocchio, facevano dei pompini ai clienti.
Ma è questo che mi aspetta? ho chiesto.
Sì. Meglio la strada, ha detto una. Se solo potessi uscire di qui, io sul marciapiede ci andrei di corsa.

 Ho detto al tizio: non se ne parla.
Lui non s'è smontato per niente.
Ha detto: c'è un altro locale dove richiedono ragazze di colore. Devi solo dire che sei cubana, perché le nigeriane non sono tanto richieste.
Arrivo lì e vedo la stessa storia, un sacco di sudamericane e di brasiliane. Ci siamo seduti, abbiamo visto la sfilata delle ragazze. Lì non c'erano camerini, le ragazze se ne andavano in albergo con i clienti, ma prima dovevano avvertire, dove andavano, per quanto tempo, con chi. C'era una segretaria apposta, che stava lì a ricevere le telefonate delle ragazze e dei clienti. Tutto più raffinato. Ma la storia era sempre la stessa. Ti piace questo posto? Guarda quello com'è ricco, e quello, quando vedono una nuova arrivata si mettono in fila come le pecore.
Ma a me non piaceva affatto.
Sono tornata a casa e ho detto: non ci torno più.
Lui allora s'è arrabbiato con Judith. Non avete ancora spiegato alla ragazza come stanno le cose, ha detto, la prossima volta ci pensiamo noi.

 Le cose stavano così.
Non avevo documenti.
Non avevo soldi.
Non avevo un posto dove scappare.
Avevo il terrore della polizia, e l'unica parola che sapevo di italiano era vaffanculo.
In più avevo il debito da pagare. Trentamila euro.
E si sa cosa succede alle ragazze che non pagano.
O che non vogliono lavorare.

 
Ma tutto questo io ci ho messo molto a capirlo.
O forse l'ho capito molto in fretta, anche se qualcosa dentro la mia testa continuava a ripetere non è possibile non è possibile. Non è possibile che stia capitando proprio a me. Ci deve essere uno sbaglio, da qualche parte. E' solo un incubo. Tra poco mi sveglio e il mondo ritorna al suo posto.

 I primi dubbi ho cominciato ad averli a Londra. Non quando sono partita da Benin City col mio zaino della scuola, non quando sono arrivata a Heathrow con un documento falso, non quando all'aeroporto ci hanno fatto uscire da un passaggio di servizio, facendoci saltare il controllo dei passaporti. Anzi. Quando ho visto l'uomo che ci apriva la porta, e ridendo ha fatto passare il gruppo delle ragazze, e tra risate e pacche sulle spalle ha preso una busta dalle mani di chi ci accompagnava, ecco, ho pensato: ma com'è tutto organizzato bene. Mi sono messa nelle mani della gente giusta.
E così quando ci hanno caricato sul pulmino, e ci hanno portato in un appartamento nel quartiere africano. Era un bell'appartamento. Un bel quartiere. Eravamo in sei e ci sembrava di essere arrivate in paradiso. Era quello il paradiso, era Londra e un lavoro a Londra che ci stava aspettando. Proprio noi, che arrivavamo da Benin City.
Solo: non dovevamo fare rumore.
Solo: potevamo uscire solo la notte, a turno, senza farci vedere da nessuno.
Solo: i giorni passavano; e il lavoro non arrivava mai.
Allora abbiamo cominciato ad ascoltare le tefonate. I nostri accompagnatori chiamavano qualcuno, dicevano è arrivato, dicevano manda i soldi. Chiamavano Parigi, chiamavano Amsterdam, Torino. Dicevano: fino a quando non arrivano i soldi le teniamo noi. Dicevano: se non mandi i soldi le vendiamo a qualcun altro.

Allora abbiamo cominciato ad avere paura.



(Le ragazze di Benin City, p. 11- 16)