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venerdì 14 giugno 2013

L'ordine neoliberista, il tabù della vittima e l'occultamento delle ingiustizie

Per la rubrica opinioni, riporto la traduzione di Maria Rossi, che ringrazio,  di alcuni brani del recente libro della giovane femminista e anarchica svedese Kajsa Ekis Ekman (nella foto), tradotto in francese col titolo "L’être et la marchandise. Prostitution, maternité de substitution et dissociation de soi."
E' un punto di vista originale il suo e che richiama l'attenzione sulle insidie di una errata e tendenziosa lettura della parola  "vittima" come di persona passiva, oggetto e non soggetto, che ha reso questa parola - di tutt'altro significato - un vero e proprio tabù.
 In una società basata sul paradigma neoliberista che promuove sempre più profonde disuguaglianze di classe, di genere, di etnia, ecc.. , proteso a conservare tenacemente l'ordine sociale basato sul privilegio di pochi -  si tende sempre più ad occultare le ingiustizie strutturali, assolvendo gli oppressori e finendo per ridurre persino le oppressioni più crudeli a libera scelta di soggettività atomizzate. Scomparsa la vittima, scomparso l'aggressore, scomparsa l'ingiustizia, fino ad arrivare a risvolti estremamente inquietanti..

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La vittima e il soggetto
Al centro del mito del lavoro sessuale, c'è  un'espressione affascinante: la venditrice di sesso non è una vittima, ma una personalità forte che sa quel che fa. Quando una persona cerca di dimostrare quanto sia dannosa la prostituzione, viene investita da una prorompente risposta: le sex workers sono persone forti e attive, non vittime!
[...] E' sempre più frequente la celebrazione del soggetto forte e attivo contrapposto alla vittima debole e passiva.
[...] Con questa opposizione tra vittima e soggetto, il discorso favorevole al lavoro sessuale cerca di  creare la propria rappresentazione della situazione. Questa rappresentazione presume che, fino ad oggi, la società abbia considerato le prostitute vittime senza difesa, mentre attualmente si sia cominciato ad ascoltare le stesse venditrici di sesso e a scoprire che esse sono, al contrario, forti individualità che hanno scelto liberamente di vendere sesso. Questa concezione è ripetuta così spesso, oggi, da essere diventata una verità in certi ambienti, cancellando per ciò stesso l'obbligo di discutere di questioni come queste: chi pensa che le prostitute siano delle vittime, cos'è una vittima e che cosa differenzia una donna forte da una debole?

Sopprimere la nozione di vittima
Definire le prostitute persone forti è un'idea che si è  parecchio radicalizzata nel dibattito internazionale sul lavoro sessuale. Jo Doezema, che appartiene al gruppo di pressione "Network of Sex Work Projects", ritiene che dovremmo sopprimere totalmente l'idea della vulnerabilità del soggetto [...]

Piano inclinato: l'indipendenza
All'inizio, il discorso favorevole al lavoro sessuale era piuttosto moderato. Ciò che ha posto fortemente in luce Östergren parlando esclusivamente, a proposito di prostituzione, di adulti consenzienti; la nozione di <<lavoro sessuale>> escludeva allora i bambini o le vittime della tratta a scopo di prostituzione. Analogamente, Maria Abrahamsson scriveva sul giornale Svenska Dagbladet:

Davvero, non comprendo come si possano mettere sullo stesso piano le persone che vendono liberamente sesso e quelle infelici che, a causa della povertà o delle ridotte capacità intellettuali, cadono nelle grinfie di chi le sfrutta cinicamente.

Qui, alcune persone hanno il diritto di essere qualificate vittime, ma solo se sono passive o stupide. Per contro, le persone attive e consapevoli della propria scelta non possono, a quanto pare, subire un simile affronto. La tratta a fini di sfruttamento sessuale e la prostituzione infantile sono utilizzate come ricettacoli, come pattumiere di tutto ciò che spaventa nella prostituzione - di ciò che tutti possono rifiutare senza difficoltà: la coercizione, la povertà e la labilità mentale. Una volta che ci sia sbarazzati di tutto questo, si potrà discutere di una prostituzione nazionale normalizzata, senza spazzatura, composta esclusivamente da imprenditrici del sesso indipendenti.

La tratta degli esseri umani
Tuttavia, nei Paesi dove l'idea della legalizzazione della prostituzione si è materializzata, i confini tra la prostituzione degli adulti, quella dei bambini e quella delle vittime della tratta hanno cominciato  a diventare porosi. Una volta affermata l'idea di una prostituzione ben gestita, si può anche pulire la pattumiera, affinché la tratta a scopo di prostituzione sembri un mito. La sociologa Laura Augustìn, legata al gruppo di pressione "Network of Sex Work Projects" , ha impiegato questo tipo di detersivo. Ha scritto diversi libri che descrivono la tratta degli esseri umani come un mito mediatico. Collabora anche al quotidiano The Guardian, ove pubblica articoli su questo argomento, in alternanza con altri su donne forti che <<hanno scelto liberamente>> di portare il burqa. Tuttavia, Augustìn insiste soprattutto sull'idea che sia necessario smettere di parlare della tratta degli esseri umani, perché ciò significa <<vittimizzare>> le persone. Conseguentemente, ella ribattezza le vittime della tratta a scopo di prostituzione <<sex workers migranti>>, ritenendo che la donna che ha vissuto la tratta  sia stata, in fondo, fortunata:

Lavora nei club, nei bordelli, nei bar e negli appartamenti multiculturali dove si parlano molte lingue. [...] Per quelle che vendono servizi sessuali, gli ambienti nei quali vivono sono luoghi di lavoro dove molte ore sono consacrate all'incontro con altre persone che esercitano la stessa attività, alla conversazione,  alle bevute con le colleghe, così come con i clienti e con gli altri impiegati dei locali come i cuochi, i camerieri, i commessi,  i portieri, alcuni dei quali dimorano lì, mentre altri vi si trovano per lavoro. Trascorrere la maggior parte del tempo in tali ambienti è un'esperienza che crea soggetti cosmopoliti, almeno nel caso in cui le persone siano capaci di adattarvisi. Per definizione, ciò genera una relazione particolare con l'ambiente. Questi cosmopoliti ritengono che il mondo appartenga a loro, che non  sia che un luogo  da abitare.

L'immagine della vittima della tratta a fini di prostituzione è dunque quella di una persona che banchetta con i benestanti, frequenta i locali notturni in diverse metropoli e forse dà, occasionalmente, una toccatina  ai clienti dietro il bancone del bar. E' felice e  dà  un'impressione di agiatezza. E' interessante notare che non figura da nessuna parte nella descrizione di questo ambiente <<lussuoso>> in che cosa consista in realtà questo <<lavoro>>.

I bambini
Abbiamo imboccato una strada nella quale anche i bambini sono percepiti sempre di meno come vittime. In un contributo all'antologia Global Sex Workers, Heather Montgomery, un'antropologa sociale, si  applica  a problematizzare l'immagine dei bambini presentati solo come vittime della prostituzione. Ella ha effettuato delle ricerche in un villaggio tailandese e pensa di aver scoperto qualcosa   che contrasta con  l'immagine dei bambini sfruttati. Montgomery comincia con il constatare che si tratta di un villaggio povero <<senza acqua corrente, con un accesso sporadico all'elettricità>>, che sorge vicino a una località turistica. In questo villaggio vivono 65 bambine di età inferiore ai 15 anni, almeno 40 delle quali <<hanno lavorato, in un momento o nell'altro della loro vita, come prostitute>>.  Mentre i media affermano spesso che la prostituzione infantile è <<un flagello che bisogna eliminare ad ogni costo>>, Montgomery vuole offrire un'altra interpretazione di queste bambine: esse sarebbero soggetti attivi e razionali.

Tuttavia, queste bambine rifiutano categoricamente di essere considerate vittime. [...] Le bambine che ho imparato a conoscere provavano << il sentimento di avere un potere di decisione e di controllo>> e, togliergli questo, significherebbe negare il loro modo intelligente di utilizzare il poco controllo che possiedono effettivamente. La ricerca di bambini vittime di sevizie cancella talvolta il riconoscimento della loro capacità di agire.

Montgomery critica le persone che pretendono che tutte le bambine prostituite siano <<sessualmente sfruttate>>. Ella afferma che, anche se le bambine non amano la prostituzione, hanno sviluppato dei modi per gestirla  nella maniera migliore:

Nessuna bambina apprezzava il fatto di essere una prostituta, ma tutte avevano sviluppato delle strategie che consentivano loro di comprenderla e di accettarla. Avevano trovato un sistema etico. Così la vendita del loro corpo non influenzava il loro sentimento personale di umanità e di integrità.

La prostituzione non influenza, dunque, le bambine tailandesi nel modo che si potrebbe credere, spiega Montgomery. Il segreto sta nel non paragonarle alle bambine occidentali [...] In Thailandia, sostiene la studiosa, il rapporto tra sessualità ed identità non è forte come in Occidente. E' la ragione per la quale noi non possiamo essere sicuri che il danno causato alle bambine di questo Paese sia altrettanto grave di quello che colpisce le bambine occidentali. Che le bambine abbiano molti modi di sfuggire alla loro identità di prostitute, parlando degli acquirenti del sesso come dei loro <<amici>> e non menzionando la prostituzione, ma dicendo di <<avere degli ospiti>> o di <<divertirsi con degli stranieri>>, dimostra per Montgomery che la prostituzione non costituisce un elemento centrale della loro costruzione identitaria. Non si può dunque affermare con certezza che essa altera la loro identità. L'altro elemento positivo, secondo lei, è il fatto che le bambine più grandi diventino madame (magnaccia) delle più giovani [...]
Pare che non ci sia modo per una bambina prostituita tailandese di comportarsi in maniera tale  da impedire a Montgomery di vedere in lei un soggetto attivo.

L'essere invulnerabile
Perché questo timore della vittima? Perché è così importante affermare che le prostitute non sono in alcun caso delle vittime?
Come tutti i sistemi che accettano le diseguaglianze, l'ordine neoliberista detesta le vittime. Parlare di un essere umano senza difese, di un essere vulnerabile, presuppone in effetti che sia necessario instaurare una società giusta e afferma  il bisogno di una protezione sociale. Rendere tabu la nozione di vittima è un passo necessario alla legittimazione della barriera che separa le classi sociali e i sessi. Questo processo è costituito da due fasi.
In primo luogo, bisogna affermare che la vittima è, per definizione, una persona debole, passiva ed impotente. Poiché le persone vulnerabili sono, nonostante tutto, combattive e sviluppano numerose strategie per dominare la situazione, <<si scopre>> che l'idea che ci è fatti della vittima è sbagliata. La persona vulnerabile non è passiva, al contrario! Quindi, ci dicono, bisogna abolire la nozione di vittima. Di conseguenza, noi dobbiamo accettare l'ordine sociale - la prostituzione, la società divisa in classi, le diseguaglianze - se non vogliamo etichettare le persone come esseri passivi e impotenti.
C'è qualcosa di bizzarro in questa definizione della vittima. Secondo il Glossario dell'Accademia svedese, una vittima è <<qualcuno o qualche cosa che diventa  un bersaglio per qualcun altro o per qualcos'altro>> o che <<subisce qualcosa>>. Ciò significa, quindi, che una persona è vittima di qualcuno o di qualcosa.  Ma nulla qua si dice del carattere della vittima - si tratta soltanto di ciò  che una persona subisce da parte di qualcuno, qualcuno che la picchia, la stupra, è violento o la sfrutta in un modo o nell'altro.
Tuttavia, la definizione neoliberista della vittima  fa riferimento ormai al fatto che  essa sia un tratto del carattere. Essere vittima significa essere una persona debole. Noi siamo o vittime passive o soggetti attivi. Non si può essere contemporaneamente l'una e l'altro.
[...] In fondo, se non ci sono vittime, non ci possono essere neppure aggressori. Così, in un modo al contempo molto comodo e inavvertibile, coloro che non vengono mai menzionati - gli uomini- vengono discolpati. Negli scritti di Augustìn, Dodillet e Montgomery, gli uomini sono come ombre sul muro, come figuranti, che appaiono di sfuggita, ma che, miracolosamente, vedono finalmente legittimati tutti i loro desideri. Mentre ci si concentra sulle donne e sui bambini - che sono studiati, intervistati, computati e descritti -, nello stesso tempo non si rivolge alcuna domanda agli uomini. Nemmeno la più importante di tutte: perché fate questo?
La frase << è un soggetto, non una vittima>> non è di moda soltanto nel dibattito sulla prostituzione. Noi la sentiamo ripetere in numerose occasioni, si propaga nell'atmosfera come i ciuffi di peli del tarassaco e mette radici dappertutto. Nel discorso  concernente le persone che si trovano in una condizione di vulnerabilità, viene incessantemente replicata l'espressione: sono soggetti, non vittime....
[...] Dobbiamo confrontarci quasi tutti i giorni con una retorica che dipinge la condizione della vittima come qualcosa che ha a che fare con il suo comportamento. La si giudica e la si esorta a non essere vittima! E' orribile essere una vittima! La nozione di vittima è   intesa come un'identità, alla quale è associata una moltitudine di caratteri detestabili che si dovrebbero rifuggire. La dottrina dell'essere invulnerabile diventa così un imperativo categorico che definisce la condizione dell'individuo liberale e responsabile. Per definizione,  qualsiasi cosa facciamo, dobbiamo vederci come esseri forti ed attivi. I disoccupati e le disoccupate, gli ammalati, i rifugiati- nessuno deve essere percepito o considerato vittima!
[...] L'opposizione tra soggetto e vittima è al contempo asimmetrica e sbagliata [...] Con ogni evidenza, il contrario di "soggetto" non è "vittima", ma "oggetto". E il contrario di "vittima" non è "soggetto", ma "aggressore". In effetti, l'opposizione soggetto-vittima esprime l'idea che la vittima sia un oggetto. Di conseguenza, la persona che diventa una vittima non è più un essere umano che pensa, nutre dei sentimenti ed agisce. Questa falsa opposizione rivela un abissale disprezzo per qualsiasi forma di debolezza. 

Kajsa Ekis Ekman



domenica 14 aprile 2013

Il sesso come merce e la libertà sessuale

Ringrazio Maria Rossi per la traduzione di questa interessante intervista a Rhéa Jean. 
Fonte originale: http://sisyphe.org/spip.php?article2730 
In figura: prezziario dal sito web di un club-bordello svizzero.


 
Essere abolizionista è difendere la libertà sessuale!
Intervista con Rhéa Jean[1] realizzata dalla rivista Prostitution et Société, numero 156, gennaio-marzo   2007

Oggi vi sono violente discussioni tra abolizionisti, ostili alla trasformazione della prostituzione in professione, e fautori della posizione regolamentarista, favorevoli al riconoscimento della condizione di <<lavoratrici del sesso>>. I primi avrebbero a cuore la difesa dell'interesse collettivo e di una società ideale, mentre i secondi si preoccuperebbero di tutelare la libertà individuale. Ora: la filosofa del Québec Rhéa Jean rimette in discussione questa concezione semplicista. Per lei, solo gli abolizionisti difendono la libertà sessuale e il diritto alla privacy. Proviamo a spiegarci meglio.

D. Per Lei, gli abolizionisti si oppongono alla trasformazione della prostituzione in professione proprio perché hanno a cuore la libertà sessuale, rivendicata dai sostenitori della posizione regolamentarista? 

I fautori della posizione regolamentarista rimproverano agli abolizionisti di prediligere una concezione <<essenzialista>> della sessualità, cioè di coltivare un'idea di ciò che sarebbe <<normale>> o <<anormale>>, anziché privilegiare una prospettiva centrata sulle scelte degli individui. Ora, per me, l'abolizionismo è lungi dall'essere in contraddizione con i valori di autonomia, di libertà individuale e di diritto alla privacy  che i liberali sostengono di difendere. Non è in nome di un ordine sociale o di una definizione di <<normalità>> sessuale che la maggior parte degli abolizionisti d'oggi si oppongono alla prostituzione. E' invece in nome della libertà di ciascun individuo di poter vivere la propria sessualità secondo le proprie scelte e preferenze e non secondo la necessità economica. Gli abolizionisti non cercano di dire che una pratica sessuale sia migliore di un'altra; essi pensano piuttosto che l'espressione delle scelte personali non sia favorita dallo scambio di servizi sessuali in cambio di denaro. Se le persone prostituite esprimono una <<scelta>>, questa non è legata alla loro autonomia sessuale, quanto piuttosto ai loro bisogni finanziari. Il rifiuto della prostituzione non ha lo scopo di oltraggiare la libertà sessuale degli individui, quanto piuttosto quello di creare le condizioni sociali che permettano di non oltraggiare questa libertà. Si tratta proprio di difendere l'autonomia sessuale dei più poveri e delle persone più vulnerabili della nostra società.

D. Per i sostenitori della posizione regolamentarista, la prostituzione sarebbe un semplice contratto il cui unico requisito indispensabile sarebbe il consenso delle parti. Che ne pensa?

I pensatori liberali si fanno promotori di una società individualista nella quale le persone siano libere di esplorare le proprie preferenze sessuali, a condizione che le pratiche si svolgano tra adulti consenzienti. Presentando la prostituzione come un semplice contratto tra due individui, essi, a mio parere, sbagliano la definizione di autonomia sessuale. Infatti, questa autonomia esiste soltanto in assenza di coercizioni economiche. Il punto di vista abolizionista ritiene giustamente che la prostituzione impedisca l'espressione delle preferenze sessuali, soprattutto delle donne e dei più poveri. Esso denuncia precisamente il fatto che questa industria si fondi non soltanto sulla rinuncia di queste persone  all'autonomia sessuale, ma anche sull'esaltazione di una cultura che presuppone che i bisogni sessuali di certi individui, di sesso maschile, possano imporsi ad altri individui, soprattutto di sesso femminile, in cambio di denaro.

D. I sostenitori della posizione regolamentarista si pretendono <<neutrali>> in materia di sessualità: una neutralità che Lei mette fortemente in discussione.

La posizione regolamentarista, che si pretende neutrale in materia di sessualità, alimenta invece l'idea che la sessualità, particolarmente quella degli uomini, necessiti di particolari premure, nel momento stesso in cui vengono richieste.  La sessualità sembra dunque costituire un bisogno imperativo che trascenderebbe qualsiasi etica sociale e che ci costringerebbe a tollerare le sue derive, anche le più estreme. Non si può certo parlare di neutralità.

D.  I sostenitori del regolamentarismo sostengono anche l'idea che l'acquisto di servizi sessuali riguarderebbe il diritto alla privacy.

Gli abolizionisti, opponendosi alla prostituzione, si vedono infatti accusare di attentare alla privacy e di contrastare l'idea liberale secondo la quale lo Stato non deve interferire con ciò che accade nella camera da letto. In primo luogo, ci si può chiedere se questa difesa della protezione della vita privata non abbia soprattutto lo scopo di proteggere gli uomini dall'interferenza dello Stato. In secondo luogo, nella prostituzione, alla sessualità - che appartiene alla sfera privata - si combinano l'acquisto e la vendita, che appartengono alla sfera pubblica. Per quanto concerne la tutela della vita privata, secondo me, sono gli abolizionisti che difendono questo valore nel modo migliore. Per loro, la prostituzione produce lo sconfinamento della sfera pubblica del lavoro nella sfera privata della sessualità. Se la sessualità deve rimanere un ambito privato, non è soltanto lo Stato che deve restare fuori dalla camera da letto; deve restarci anche il mercato. Trattare il sesso come una merce produrrebbe una riduzione dell'autonomia sessuale, mettendo in pericolo quasi tutti i lavoratori; essi potrebbero, per conservare il loro impiego, subire pressioni dai datori di lavoro per avere relazioni sessuali contro la loro volontà[2]. Se il sesso diventa un lavoro, perché allora non imporre a una segretaria di offrire servizi sessuali ai clienti? La barriera che separa il sesso dal commercio non ha soltanto lo scopo di mantenere l'ambiente di lavoro libero dalle pressioni sessuali, ma anche di mantenere le relazioni sessuali private svincolate dal mercato.

D. Alcuni sostenitori del regolamentarismo si avvalgono anche della tesi secondo la quale la sessualità deve essere, come il lavoro domestico, un <<servizio>> retribuito.

Essi affermano che le donne fornirebbero ai loro mariti servizi sessuali gratuiti e che ciò costituirebbe, al pari delle faccende domestiche non retribuite, una forma di sfruttamento patriarcale. Questa assimilazione tra sessualità e lavoro <<invisibile>> delle donne è sbagliata e molto pericolosa. In primo luogo, neppure i mariti sono remunerati per l'attività sessuale. Bisogna dunque che vi sia asimmetria nella concezione della sessualità in base al genere di appartenenza, perché la sola attività sessuale delle donne appaia come un "lavoro". In secondo luogo, non bisogna confondere la natura delle due attività: il lavoro domestico è un'attività essenziale al buon funzionamento di tutte le società e di ogni individuo. Anche se non è mai stato riconosciuto proprio perché svolto dalle donne, non deve essere obbligatoriamente effettuato da una donna. La sessualità, invece, non rappresenta un'attività separata da ciò che ci costituisce come soggetti. Come dice giustamente Julia O' Connell Davidson: <<Se l'assenza di un rapporto sessuale rappresentasse una minaccia per la salute e una persona avesse bisogno di vedersi prescrivere le "cure" di una "sex worker", allo stesso modo in cui un'altra ha bisogno delle cure di un dottore o di un'infermiera quando soffre di una particolare malattia, allora l'aspetto fisico, l'età, il sesso e la razza del/della prostituta non sarebbero criteri importanti>>[3].

D. Per Lei, la remunerazione del lavoro domestico e quella del sesso non hanno le stesse ripercussioni sociali.

La remunerazione del lavoro domestico e dell'accudimento dei bambini (che sia effettuato da un uomo o da una donna) mi sembra legittima, anche se c'è il pericolo di incentivare le donne a conservare un ruolo tradizionale. Si tratta del riconoscimento di un lavoro <<invisibile>>. Al contrario, la remunerazione del 'servizio sessuale' rafforza l'idea che le donne possano essere escluse dal mondo del lavoro, o sotto remunerate, e che la non reciprocità sessuale debba restare immutata perché essa sarebbe fonte di guadagno per le donne. L'industria del sesso trae vantaggio da questa asimmetria sessuale e mina, attraverso di essa, l'uguaglianza tra uomini e donne e il diritto, per tutti e tutte, a una sessualità desiderata. Rifiutando di riconoscere la prostituzione come lavoro, gli abolizionisti cercano di combattere la concezione tradizionale della non reciprocità sessuale tra uomini e donne che il riconoscimento della prostituzione verrebbe a legittimare e a rafforzare. 





[1] Filosofa canadese, esponente della Concertation des luttes contre l'exploitation sexuelle (CLES), è  attualmente ricercatrice di filosofia all'Università del Lussemburgo.
[2] Rhéa Jean si riferisce al lavoro di S.A. Anderson: <<Prostitution and sexual autonomy: making sense of the proibition of prostitution>>, Ethics, vol.112, n.4, luglio 2002.

[3] Julia O' Connell Davidson, <<The rights and wrongs of prostitution>>, Hypatia, vol.17, n.2, 2002.


venerdì 15 marzo 2013

La sessualità, un piacere colonizzato dal lavoro?

Docente di Scienze Politiche all’Università di Paris Dauphine, Irène Pereira è una ricercatrice impegnata. Femminista, anarchica, sindacalista ha affrontato il tema della prostituzione nella libreria Barricade (Barricata), a Liegi, il 22 febbraio 2011. Proponiamo qui il nucleo essenziale della riflessione che ha sviluppato in questa occasione: un punto di vista originale sulla questione del lavoro e del tempo libero. L’originale lo trovate qui, ringraziamo di cuore Maria Rossi per la traduzione.

Il problema è di sapere se dobbiamo, in quanto femministe, rivendicare la trasformazione della prostituzione in una professione legalmente riconosciuta (posizione della regolamentazione) o, al contrario, lottare per l’abolizione del sistema prostituzionale (posizione abolizionista) allo stesso modo in cui lottiamo per l’abolizione del sistema capitalista.
Esprimo la mia opinione come militante femminista che lotta per i diritti delle donne, come militante anarchica affezionata alla liberazione sessuale e come militante sindacalista rivoluzionaria che combatte contro lo sfruttamento economico dei proletari. ...
 [Continua su  Femminile plurale]

domenica 24 febbraio 2013

Non c'è nessuna guerra femminista contro le sex workers



Inauguro una sezione opinioni nel mio blog dove pubblicherò traduzioni di articoli di attiviste femministe straniere, pubblicando un post apparso sul blog Feminist current di Meghan Murphy (nella foto, tratta dal suo blog) tradotto da Maria Rossi che ringrazio.
Le posizioni delle femministe di orientamento abolizionista, che non vedono favorevolmente, cioè, una depenalizzazione degli "imprenditori" dell'industria del sesso e proprietari dei bordelli, ma desiderano un progressivo superamento del ricorso stesso all'acquisto di sesso a pagamento sono spesso riportate male e semplificate. E' fin troppo facile liquidare il loro punto di vista con l'accusa di moralismo, accusa che peraltro è quella tipica che i capitalisti dell'industria del sesso usano non appena qualcuno osa muovere qualche critica o qualche dubbio che può ostacolare il loro marketing. Eppure si autodefiniscono abolizioniste anche molte donne e ragazze che sono state vittime di tratta o sono state sfruttate nell'industria del sesso e che, una volta fuoriuscite, si battono perché non si debba ripetere all'infinito su altre la violenza che loro stesse hanno vissuto. Accomunare l'abolizionismo femminista con le posizioni moraliste e fanatiche di certi esponenti religiosi o delle ipocrite politiche tipiche del "gendarme di Washington" che criminalizzano le persone prostitute e le vittime di tratta mentre lasciano che il business dei magnaccia prosperi (similmente fanno le ordinanze xenofobe e sul decoro urbano dei nostri sindaci sceriffi) trovo sia una operazione scorretta, qualunque sia la motivazione per cui si sceglie di far ciò e qualunque sia la propria legittima opinione in materia. 



Non c’è nessuna guerra femminista contro le sex workers
Meghan Murphy

Mi sento sempre più scoraggiata da ciò che sembra un fuoco di fila di articoli, scritti da persone che si dichiarano progressiste, che sostengono che le femministe sono il vero nemico delle sex workers. Sembrerebbe che alcune di coloro che si definiscono “attiviste per i diritti delle sex workers” siano determinate a creare rigide divisioni tra donne collocando le donne prostituite in una loro propria categoria e le femministe in una fantomatica guerra moralista contro il sesso.
Un fattore chiave è che molti giornalisti di sinistra o fraintendono o travisano l’approccio abolizionista descrivendolo come moralista, il che li porta a trarre conclusioni infondate basate su equivoci facilmente superabili attraverso una semplice conversazione.
Sono delusa dal fatto che il giornalismo, la sinistra e il movimento femminista siano arrivati a produrre un’ideologia manipolativa allo scopo di promuovere una causa controproducente, ma siamo a questo punto.
Vi sono un certo numero di esempi recenti di questa distorsione. Reason, una rivista libertaria on-line, ha recentemente pubblicato un articolo intitolato "The War on Sex Workers" (La guerra contro le sex workers). L'autrice, Melissa Gira Grant, critica la criminalizzazione delle donne prostituite negli USA - un giusto impegno: non c'è dubbio. Ma anziché contestare un sistema iniquo e oppressivo che offre alle donne emarginate poche opzioni di vita al di fuori dell'industria del sesso e poi le criminalizza perché fanno ciò per sopravvivere (fondamentalmente viene criminalizzata la povertà) e contrastare una cultura porno che presenta streapt tease e pornografia come professioni che accrescono il potere e l'autonomia delle donne, Grant accusa le femministe.
Ella scrive:

<<Non tutte le persone che svolgono un lavoro sessuale sono donne, ma le donne soffrono in modo smisurato lo stigma, la discriminazione e la violenza contro le sex workers. Il risultato è una guerra contro le donne quasi impercettibile, a meno che facciate personalmente parte del mercato del sesso. Questa guerra è condotta e difesa in gran parte da altre donne: da una coalizione di femministe, da conservatori e anche da alcune/i attivisti dei diritti umani che assoggettano le sex workers alla povertà, alla violenza e all'incarcerazione - tutto ciò in nome della difesa dei diritti delle donne>>.

Questa "guerra contro le donne" non è impercettibile. Infatti, uno dei caratteri che rende questa "guerra" visibilissima, è il fatto che l'industria del sesso abbia una connotazione di genere. Le donne costituiscono la stragrande maggioranza delle prostitute (secondo le statistiche circa l'80%) e, oltre a ciò, le donne di colore sono  sovrarappresentate. A Vancouver, nel famigerato Downtown Eastside della British Columbia, soprannominato "il codice postale più povero", dove almeno 60 donnesono scomparse in circa 20 anni, il 70% delle prostitute sono donne delle PrimeNazioni (= autoctone). Considerando che il popolo delle Prime Nazioni costituisce circa il 2% della popolazione complessiva di Vancouver e il 10%  di quella di Downtown Eastside, questo numero è significativo.
Non c'è bisogno di appartenere al mercato del sesso per sapere che la prostituzione e la violenza contro le donne che si prostituiscono è il risultato di una combinazione molto efficace di razzismo, povertà e patriarcato.
Le femministe sono impegnate da decenni contro queste oppressioni che si intersecano e allora perché gli scrittori progressisti sono così riluttanti a riportare in modo preciso i dibattiti sulla prostituzione?
Jacobin, una rivista che viene accreditata come appartenente alla corrente principale del marxismo, si è occupata più volte del tema del lavoro sessuale. Apparentemente la linea favorevole al concetto di <<sesso come lavoro>> ha conquistato così tante pubblicazioni di sinistra, che le discussioni sulla questione rimuovono completamente la prospettiva abolizionista o semplicemente ne travisano gli argomenti.
Laura Augustin, per esempio, scrive: << Il turbamento morale che avvolge la prostituzione ed altre forme di sesso commerciale si fonda sull'asserzione che la differenza tra il sesso buono e virtuoso e il sesso cattivo e dannoso sia ovvia>>. Ella concepisce le concezioni dissenzienti come repressive e puritane - tipiche di persone che hanno limitato la loro accettazione del sesso al letto matrimoniale -, una concezione che è l'antitesi di decenni di lavoro femminista che ha decostruito le nozioni di romanticismo e di monogamia e ha collocato saldamente il sesso all'interno di un contesto politico.
Augustin confonde ulteriormente le cose, affermando che "non vi è nulla di intrinsecamente maschile nello scambio tra denaro e sesso", come se ciò fosse mai stato sostenuto. "Da chi?" ci si potrebbe chiedere. In effetti questo è ciò che le femministe hanno sostenuto per decenni: che non c'è nulla di "intrinseco" o di "naturale" nel fatto che gli uomini acquistino sesso dalle prostitute, ma si tratta piuttosto di un prodotto della nostra cultura fondata sulla diseguaglianza e sul potere maschile.
Ignorando le concezioni femministe sul lavoro sessuale e rimuovendo la connotazione di genere dell'industria [del sesso]; concentrandosi esclusivamente sul lato "lavoro" del lavoro sessuale, si rende un cattivo servizio alle donne e al movimento femminista, così come al lettore di sinistra che si ritrova completamente confuso e con una comprensione imprecisa della realtà del settore e del dibattito.
Un altro pezzo di Jacobin prosegue questo progressivo lavoro di lettura della questione della prostituzione attraverso la lente del "lavoro". In questo articolo: "The Problem With (Sex) Work", (" Il Problema con il lavoro sessuale") Peter Frase sostiene che "il problema nel caso del lavoro sessuale non è il sesso, è il lavoro".
Questo è un errore che commettono molti uomini socialisti quando tentano di affrontare l'argomento, in quanto assumono che applicare [ad esso] l'analisi del lavoro significhi necessariamente essere un esponente della sinistra. Mentre Frase osserva che ci sono problemi a concludere soddisfatti che il lavoro sessuale costituisca una fonte di autonomia e di espressione di sé, sorvolando sui suoi aspetti meno glamour, perché "non si possono trascurare gli aspetti coercitivi e violenti del sesso", egli glissa sulla posizione abolizionista (cioè delle femministe che vogliono impegnarsi perché la prostituzione abbia fine) come se fosse irrilevante. Con questo sforzo di fare della prostituzione un lavoro come un altro (forse pessimo) (come scrive Frase: "è un lavoro, e il lavoro è spesso terribile"), la sinistra abbandona le donne  ai capricci degli uomini e del mercato, mentre voi pensate che noi [della sinistra] desideriamo un mondo più equo che vorrebbe superare la situazione attuale.
Grant ha pubblicato anche un pezzo in Jacobin in cui esprime la sua frustrazione nei confronti di coloro "che hanno la vocazione a salvare le donne da se stesse e a farne le proprie beniamine" "che sono così fissati con l'idea che quasi nessuno avrebbe scelto di vendere sesso da perdere di vista le monotone e quotidiane scelte che tutti i lavoratori compiono per guadagnarsi da vivere". Ma  questo argomento trascura il fatto che la scelta avviene entro un raggio di azione e in un contesto di diseguaglianza e che l'industria del sesso fa parte di un più ampio sistema che sessualizza l'oppressione delle donne.
L'argomento  secondo cui  le femministe stanno cercando di "salvare le donne da se stesse" è pericoloso, perché può essere facilmente applicato, per esempio, all'attivismo femminista relativo agli abusi domestici (e se lei vuole stare con il marito violento?) e può essere esteso ad una troppo zelante difesa della 'scelta' individuale delle donne di oggettivare se stesse. Vogliamo in modo così intenso che non siano vittime da cercare di tramutare l'oppressione in autodeterminazione.
Malintesi sulle concezioni femministe relative alla prostituzione sono esplicitamente alimentati da articoli come quello di Grant, ma vengono ulteriormente consolidati quando altri scrittori non risultano disposti a rappresentare correttamente le posizioni.
La rivista Fuse ha pubblicatoun articolo di Robyn Maynard, nel numero intitolato Abolition, nel quale ella critica quello che definisce il "femminismo carcerario". Cita il caso Bedford, in cui le leggi canadesi sulla prostituzione sono state denunciate come incostituzionali, come un esempio di opposizione, guidata dalle sex workers, al 'proibizionismo', come erroneamente lo definisce.
Maynard sostiene che questo caso sia stato sollevato da donne emarginate. Così facendo, rimuove il fatto che i gruppi di donne delle Prime Nazioni dell'intero Canada supportano il movimento abolizionista ed hanno più volte affermato che la prostituzione delle donne indigene è  la diretta conseguenza della colonizzazione.
La Native Women's Association of Canada (NWAC) ha recentemente approvatouna risoluzione che sostiene l'abolizione della prostituzione, affermando che: "la prostituzione sfrutta ed accresce la diseguaglianza delle donne e delle ragazze aborigene basata sul genere, sulla razza, sull'età, sulla disabilità e sulla povertà".
La Native Women's Association of Canada prosegue affermando:

Le donne aborigene sono fortemente sovrarappresentate nella prostituzione e tra le donne che sono state uccise nell'ambito della prostituzione. Non è di alcun aiuto dividere le donne che si prostituiscono tra quelle che hanno "scelto" e quelle che sono state "costrette" a prostituirsi. Nella maggior parte dei casi, le donne aborigene sono reclutate nella prostituzione da ragazze e /o sentono di non avere altra scelta a causa della povertà e degli abusi subiti. E' l'industria del sesso che incoraggia le donne a vedere la prostituzione come un'identità scelta.

Un'altra organizzazione: Indigenous Women Against the Sex Industry (IWASI) (Donne Indigene contro l'industria del sesso) afferma che esse riconoscono l'industria del sesso "come una continua fonte di colonialismo e di danno per le donne indigene e per le ragazze di tutto il mondo" e si pronuncia contro "la totale depenalizzazione, legalizzazione o normalizzazione dell'industria del sesso".
Nel suo articolo, Maynard ignora volutamente il fatto che il caso Bedford non è, in realtà una causa promossa da sex workers, bensì  una causa intentata da un uomo bianco, Alan Young, il cui interesse a vincerla non è quello di depenalizzare la prostituzione di strada, bensì quello di legalizzare i bordelli. Con la consapevolezza che le donne più emarginate tendono ad essere quelle che praticano la prostituzione di strada e che a queste donne non sarebbe probabilmente offerto il "privilegio" di lavorare all'interno di un qualsiasi bordello legale, l'argomento secondo cui, in qualche modo, questa causa costituisce una battaglia a favore dei diritti delle donne emarginate è semplicemente falso. Vale la pena notare che la legalizzazione dei bordelli in luoghi come Amsterdam si è rivelata un completo disastro e ha prodotto solo un incremento della tratta e del crimine organizzato.
Per qualche ragione, anche alcune femministe hanno iniziato a partecipare all'elaborazione di queste rappresentazioni errate.
Laurie Penny, la cui analisi progressista e femminista è generalmente accurata, sembra aver perso la bussola quando ha scritto sul New Statesman che le femministe che erano critiche nei confronti dell'industria del sesso erano semplicemente contrarie al sesso, opponendosi alla prostituzione e alla tratta per ragioni morali:

Questo accade perché il sesso fa parte di quelle attività che causano un autentico orrore morale nei gelidi corridoi dei borghesi.

In realtà, le abolizioniste si battono contro la prostituzione sulla base di un'analisi che combina classe, razza e genere, oltre che, naturalmente, sulla base della difesa dei diritti umani delle donne. Questo non ha nulla a che vedere col fatto che il sesso piaccia o non piaccia. Che delle femministe stiano appropriandosi e stiano perpetuando uno stereotipo antifemminista inventato da uomini sessisti - che le femministe hanno solo bisogno di una bella scopata o che odiano tutti gli uomini/il sesso/ il divertimento - mostra la potenza del contrattacco. Ora noi ci stiamo facendo la guerra. Stiamo appropriandoci di quel che il patriarcato ci sta vendendo.
Penny scrive: "In realtà, il lavoro sessuale non è stigmatizzato perché pericoloso. Il lavoro sessuale è pericoloso perché è stigmatizzato". Ma si sbaglia. Il lavoro sessuale è pericoloso a causa di coloro che commettono atti di violenza contro le prostitute - cioè, gli uomini.
La chiave del successo del movimento femminista sta nell'aver attribuito un nome al colpevole. Andrea Dworkin è stata una delle prime a far questo; a dire che il problema sono gli uomini. Così ha creato una fondazione per offrire un supporto legale contro gli abusi domestici, per lottare contro le molestie verbali, le aggressioni sessuali e la colpevolizzazione delle vittime. Non fingiamo di non sapere chi molesta sessualmente le donne o  chi, in genere, le stupra. Noi  sappiamo fare di meglio che incolpare le donne per le aggressioni che subiscono- indipendentemente dagli abiti che indossano o da quanto abbiano flirtato o bevuto. Perché ci mette così a disagio attribuire un nome alla reale causa della violenza quando si tratta di prostituzione? Perché stiamo incolpando le donne?
L'obiettivo del femminismo è di porre fine al patriarcato. L'obiettivo del socialismo è di creare un'alternativa egalitaria al capitalismo. La prostituzione è un prodotto del patriarcato e del capitalismo. Avendo questo in mente, le abolizioniste hanno patrocinato un modello fondato sulla vera equità. A volte descritto come "approccio svedese" o come "modello Nordico", la Svezia, la Norvegia e la Finlandia hanno tutte adottato versioni di questo approccio femminista alla prostituzione che depenalizza le prostitute e criminalizza coloro che commettono violenza: gli sfruttatori e i clienti. Il modello combina i servizi di uscita dalla prostituzione con un sistema di welfare già forte e con programmi di formazione per la polizia che insegnano che le donne prostituite non sono criminali. Non si tratta semplicemente di un mutamento della legislazione, si tratta di una visione politica che persegue l'obiettivo della uguaglianza economica e di genere. Come avvocata femminista Janine Benedet mi ha detto: " è responsabilità dello Stato offrire qualcosa di meglio e non usare la prostituzione come una rete di sicurezza sociale".
E' stato recentemente pubblicato in lingua inglese uno studio norvegese che esamina i tassi di violenza contro le donne prostituite nel modello nordico. Il rapporto ha dimostrato che, dal 2008, gli stupri ed altre forme di violenza fisica contro le donne prostituite sono diminuite.
La triste verità è che, se l'acquisto di sesso è legale, la polizia probabilmente non  perseguirà i clienti che stuprano e abusano delle prostitute, senza il loro consenso. Lo sappiamo. Sappiamo che la polizia ha ignorato per anni le violenze contro le donne prostituite, specialmente contro quelle che sono povere e di colore. Sappiamo che il sistema della giustizia penale accusa spesso la vittima, in particolare se i giudici possono dire: "Beh, lui l'ha pagata!". La via più praticabile per combattere questa violenza consiste nel  depenalizzare le donne prostituite, criminalizzare i clienti e formare la polizia. Se gli sfruttatori della prostituzione e i clienti vengono criminalizzati, le sex workers saranno almeno in grado di andare dalla polizia se sono stuprate o aggredite e la polizia sarà in grado di agire rapidamente.
Sappiamo che non sono le femministe che stanno perpetrando violenza contro le sex workers. Sappiamo anche che le femministe non colpevolizzano la vittima, il che significa che questo non è un dibattito sulla moralità delle donne di questo settore. Perché i progressisti, nascondendo l'autore [delle violenze],  attribuiscono la colpa alle femministe e travisano il significato del movimento abolizionista?
Le femministe non sono il nemico. Piuttosto, sono gli uomini che trattano le donne come oggetti usa e getta che sono da biasimare. E', al contempo, sterile e disonesto  affermare che le femministe promuovono la criminalizzazione delle donne prostituite, quando una delle poche cose che le femministe e gli altri che propugnano la fine della violenza contro le prostitute possono condividere è che il nodo cruciale consiste nel depenalizzare le donne prostituite.
Le donne che io chiamo mie amiche ed alleate sono donne che hanno lavorato nell'industria del sesso, sono donne che lavorano instancabilmente in rifugi [per prostitute], compiendo un lavoro di sensibilizzazione, o che vi lavorano come avvocate, come accademiche e come attiviste. Le donne che ammiro e da cui ho imparato - donne che hanno plasmato il movimento - donne come Robin Morgan, Gloria Steinem e Andrea Dworkin - sono state collocate sull'altra linea di una sorta di guerra contro le donne.
Queste donne meritano di più di etichette imprecise e prive di significato come "anti-sex" o "proibizionista". Queste femministe non hanno accusato le donne prostituite, sono donne che vogliono che gli abusi, gli stupri, i pestaggi e gli omicidi abbiano fine. Credo che anche quelli che si definiscono "difensori dei diritti delle sex workers" o "alleati delle sex workers" vogliano questo. Non ho alcun interesse a creare divisioni inutili o sleali.
Questo è un movimento, non una guerra.