venerdì 22 febbraio 2013

E' più facile dire che le vittime non esistono

Isoke è una donna coraggiosa, intelligente e bellissima, e porta su di sé la forza di quello che ha fatto, non soltanto la denuncia, ma anche il racconto del potere criminale che lei stessa ha subito e che continua a combattere. [...] Le immigrate e gli immigrati arrivano qui non soltanto a fare i lavori che gli italiani non vogliono più fare, ma anche a difendere i diritti che gli italiani non vogliono più difendere. [parole pronunciate da Roberto Saviano a Torino nel 2010 ricevendo un premio dalle mani di Isoke Aikpitanyi per il suo impegno contro le mafie].

Ringrazio Isoke dal profondo del mio cuore perché sento che resiste e lotta anche per me, che non sono nigeriana..
Dopo essersi ribellata ai trafficanti anni fa e quasi uccisa per questo, è diventata poi protagonista di un progetto unico in Europa, La ragazza di Benin City, che l'ha portata poi a fondare l'Associazione vittime ed ex vittime di tratta, che porta avanti tra innumerevoli difficoltà e pericoli concreti, in cui le ex vittime diventano protagoniste della liberazione di altre "sorelle", con un mutuo aiuto tra pari. Ho avuto già modo di descrivere l'attività di questa associazione nel recensire il suo ultimo libro 500 storie vere.
L'organizzazione criminale che gestisce la tratta delle nigeriane per sfruttarle nella prostituzione nel nostro e in altri paesi europei è - come altre organizzazioni di questo tipo -  quella che si dice una delle nuove mafie che operano su base transnazionale. Come tutte le mafie è caratterizzata nel suo operare dalla forza di intimidazione del vincolo associativo al fine di ottenere l'assoggettamento delle sue vittime, a scopo di sfruttamento. Nelle organizzazioni mafiose valgono i codici del più estremo machismo, come dice Lydia Cacho, secondo cui le donne valgono solo in quanto oggetti di piacere. Si tratta di un business che produce fiumi di denaro macchiato di sangue, un business che si svolge col coinvolgimento di figure che sono molto in alto in Nigeria, ma anche con tante complicità nei tanti paesi europei in cui l'organizzazione è ramificata (oltre all'Italia, Spagna, Olanda, Irlanda, Regno Unito, Francia, Germania, ecc..) nella più totale indifferenza e disinformazione della cittadinanza, di cui sessismo e xenofobia sono ingredienti fondamentali.
E' con gratitudine che pubblico questa preziosa intervista fatta a Isoke Aikpitanyi da Ilaria Maccaroni il 15 febbraio scorso (pubblicata contemporaneamente anche da Un Altro genere di comunicazione, Femminile plurale e Maschile plurale).
L’intervista è già stata trasmessa il 19 febbraio scorso all’interno della rubrica culturale "ControEssenze" a cura di Connettive, durante la trasmissione del Martedì Autogestito da Femministe e Lesbiche di Radio Onda Rossa:


É noto che le donne provenienti da altri paesi vengono tratte con l’inganno da false agenzie di viaggi o agenzie per l’impiego locali che promettono loro di farle lavorare in Europa, le fanno entrare in un paese europeo e le obbligano a prostituirsi. Le ragazze in Nigeria, oggi, quanto sono coscienti del pericolo che corrono di cadere nella rete dei trafficanti?
Anzitutto bisogna tener conto di cosa è la Nigeria, dell’estensione del suo territorio, della consistenza della sua popolazione e del persistere di una realtà urbana e di una realtà periferica; la prima ha quasi tutte le caratteriste della modernità, è occidentalizzata, per così dire, mentre la seconda è ancora fortemente tradizionale, tribale.
Tanto per chiarire, nella seconda l'elettricità non c'è ancora tutto il giorno, si vive in modo atavico; ed è da qui che è più facile andare a prendere delle ragazze che non sono informate e non sono consapevoli di quel che le aspetta.
Poi ci sono le altre, quelle che cercano una vita migliore, ma vorrebbero avere a disposizione i mezzi economici che sono in mano a tanti ricchi. Il sogno impedisce loro di vedere che le aspetta un incubo: vanno a divertirsi nei night, “ballano sul cubo”, si divertono con gli avventori bianchi che fan vedere loro una verità che poi le ragazze non troveranno di certo. Ma tanto basta per  far pensare loro che se anche il rischio è quello di doversi prostituire, lo si farà per poco tempo: non sono consapevoli, poi, delle modalità alle quali dovranno adattarsi, non sanno minimamente cosa siano, ad esempio il freddo di tanti paesi del nord Europa...
Poi ci sono quelle che già a Lagos, per esempio, si sono avvicinate alla prostituzione e pensano che se debbano prostituirsi, meglio farlo con i bianchi e in Europa dove ci sono tanti soldi e c'è la possibilità di fare tanti soldi. Ma questa è una cosa degli ultimi anni mentre venti anni fa le ragazze non sapevano.
Oggi il 50% sa e non sa.
Ma il problema non è questo, è che nessuna sceglie liberamente e davvero consapevolmente, ed è che tutte arrivano con un debito da pagare e che questa è la catena della quale nessuna sa liberarsi, né praticamente, né psicologicamente: e questa è una condizione di schiavitù.
Chiedersi se sanno o non sanno è sbagliato, è come insinuare che se scelgono liberamente non ci si deve porre il problema della loro schiavitù.


Esistono organizzazioni o autorità statali in Nigeria impegnate a diffondere notizie e informazioni sulla tratta delle donne nei paesi occidentali?
C'è una agenzia governativa che si chiama NAPTIP e che fa esattamente questo lavoro. Solo che se una agenzia di questo tipo operasse in Europa, potrebbe farlo con strumenti incisivi e con una certa possibilità di successo, in Nigeria tutti pensano che l'Europa è il loro sogno, quindi andare in Europa sarebbe la realizzazione del sogno, quindi essere portate in Europa è una gran bella cosa.
La gente e le giovani in particolare, considerano che avere una opportunità per venire in Europa sia il solo strumento per realizzare quel sogno, per cui chi cerca di far arrivare a loro notizie sui rischi che corrono non è creduto.
La pressione demografica e le difficoltà economiche di una popolazione vive con meno di un euro al giorno, in un paese ricchissimo di petrolio e nel quale una ristretta “borghesia” è ricca, fanno il resto.

Quali altre strade può intraprendere una donna nigeriana che desidera emigrare in Europa, senza rischiare di cadere vittima della tratta?
Nessuna; qui non siamo di fronte ad una emigrazione normale; a emigrare non sono persone che hanno risorse personali e familiari, preparazione intellettuale e culturale per andare a ricoprire posti anche importanti nel lavoro e nelle professioni: emigrano persone disperate, spesso analfabete che “normalmente” non avrebbero nessuna possibilità di venire in Europa.

Una volta arrivate in Italia le ragazze contraggono a loro insaputa, un debito quasi impagabile coi trafficanti o con le maman che le sottraggono i documenti e diventano le loro padrone. Che cosa dicono le maman alle ragazze per spingerle a lavorare per loro?
Anche qui quel che un tempo le maman dicevano è diverso da quel che dicono oggi. Un tempo spingevano brutalmente la ragazze in strada, insegnavano loro quel che dovevano fare e lo facevano o con le buone o con le cattive (cioè facendole violentare dai loro scagnozzi).        
Così facendo, però, si sono accorte che molte ragazze si ribellavano e cercavano vie di uscita. Così hanno cambiato tattica e hanno cominciato a lasciare alle ragazze parte dei loro guadagni: le hanno istruite a gestirsi le relazioni con i clienti in modo da ingannarli e da spillare loro più quattrini. Insomma le maman hanno svolto il compito di una vera e propria scuola di prostituzione e da alcuni anni offrono alle ragazze alcuni servizi aggiuntivi:      maman e trafficanti sono i più abili fruitori delle modalità di legalizzazione della presenza delle ragazze; spiegano loro come e chi denunciare, seguendo le opportunità dell'articolo 18; danno loro i legali italiani che le aiutano nelle pratiche delle sanatorie; le spingono a  diventare richiedenti asilo: quindi, almeno apparentemente, per le ragazze la maman è solo una che gestisce la loro opportunità di restare in Europa. Solo quelle che si ribellano davvero corrono dei rischi, per le altre basta prostituirsi senza far storie e pagare il debito.

Cosa spinge una donna trafficata a ribellarsi ai trafficanti, a scappare e a chiedere aiuto?
Anzitutto non avendo scelto quella vita tutte si guardano intorno e cercano una via di uscita. Purtroppo la ricerca non dà buoni frutti; nove su dieci sono respinte dai servizi i quali sono fortemente vincolati dal fatto che, almeno per le nigeriane, senza denuncia non c'è nessuna possibilità di regolarizzarsi.
Ma quanto dura il tempo della ribellione e della ricerca di una via di uscita, prima che subentri la rassegnazione e la ragazza si adatti alla prostituzione? Per alcune molto a lungo, per altre poco, a seconda anche delle esperienze che fanno sulla strada, del tipo di clienti che incontrano...
Dopo a ribellarsi sarà una ragazza stanca di quella vita, ma sfiancata nelle sue capacità di mettere in gioco le sue potenzialità, la capacità di mettersi a studiare, di imparare un lavoro vero. Dopo due o tre anni, o di più, di strada, la persona ha perso molte delle proprie risorse personali: lo sforzo necessario ad integrarsi e gli ostacoli che trova sono troppo grandi; è più    facile restare nella prostituzione.

Che ruolo hanno le famiglie di origine delle ragazze rimaste in patria nel far sì che queste non si ribellino e continuino a lavorare nella prostituzione per inviare i soldi a casa?
Anche le famiglie sanno e non sanno che cosa fa la loro figlia. A questo punto bisogna ammettere che è come se avessero deciso di sacrificarla per il benessere degli altri componenti la famiglia stessa. Comunque sia le famiglie sono minacciate e diventano oggetto di violenze se le ragazze si ribellano e non pagano; per questo le famiglie spingono le ragazze a essere obbedienti alle maman e a non ribellarsi. E lo fanno sia che ricevano davvero minacce e corrano davvero pericoli, sia che - invece – siano complici dei trafficanti e siano consapevoli del destino della loro figlia.

Nel tuo primo libro racconti di come un uomo italiano, conoscente della maman che ti sfruttava, voleva farti lavorare in un night club ma tu scappasti perché ti dissero che lavorare lì era peggio della strada. La prostituzione nei night sta prendendo piede in Italia? Le ragazze che lavorano nei night sono trattate meglio o peggio di come lo sono sulla strada?
Le ragazze sono sfruttate e basta; non è detto che siano sfruttate in un posto o in un altro, in un modo o nell'altro, sono sfruttate come serve agli sfruttatori: la strada è il luogo più facile e immediato soprattutto per una massa di ragazze. E poi i clienti non sono tutti frequentatori di night e locali, per andare nei quali bisogna già avere una abitudine alla vita notturna, alla ricerca di prostitute; per molti clienti la strada è il luogo più neutro e rapido che consente loro di non coinvolgersi, almeno così credono inizialmente, di non perdere troppo tempo, di spendere meno.
Il night e la casa chiusa, però, sono situazioni nelle quali la ragazza è più controllata è può sfuggire meno al controllo dei trafficanti; i luoghi chiusi, inoltre, sono i più pericolosi per una ragazza che voglia ribellarsi; e sono quelli nei quali le opportunità di trovare una via di uscita sono minori. I clienti del night o del luogo chiuso sono meno sensibili ai drammi delle ragazze e nessun operatore sociale va al night, mentre in strada ci va e semina la sua proposta di aiuto.

Negli ultimi anni il fenomeno della schiavitù sessuale ha preso piede in quasi tutti i paesi del mondo, e in misura maggiore in quelli occidentali, nei quali donne di altri paesi vengono fatte entrare e obbligate a prostituirsi. Il fronte abolizionista femminista che riunisce coloro che in un modo o nell’altro combattono la tratta e vorrebbero sradicare la cultura della prostituzione dalla società, ritiene che la divisione tra vittime della tratta e “libere” professioniste non sia possibile fintanto che la prostituzione continua a essere regolamentata dallo stato. Tu credi che possa esistere una netta separazione tra tratta e prostituzione volontaria?
Questo non avviene negli ultimi anni. Lo sfruttamento della donna in senso generale è il principio che genera, determina, rende possibile la riduzione in schiavitù (ad esempio anche quella domestica e familiare) e ha tra le sue conseguenze anche la prostituzione.
La domanda, però, forse contiene un errore perché la prostituzione oggi NON è regolamentata dallo stato, mentre la domanda formula l'ipotesi che lo sia.
Ma l'errore della domanda è nell'ipotesi stessa che possa esistere una prostituzione libera. I problemi delle vittime della tratta riguardano ragazze che sono schiavizzate e sfruttate; io dico sempre che le loro catene non sono per forza visibili e la loro condizione umana è talmente degradata dal finire coll'accettare la prostituzione come inevitabile. Ma questa non è una libera scelta. Non mi chiedo quali siano i problemi delle donne libere, li lascio ad altri.

Quali effetti avrebbero, secondo te, un’eventuale “regolamentazione” o normalizzazione o tutela della prostituzione sulle vittime della schiavitù sessuale?
Sarebbero effetti devastanti; dimostrerebbero che hanno ragione la maman che dicono loro che la prostituzione è un lavoro e che tutti i lavori comportano rischi. In pratica una ragazza dovrebbe prendere atto che non ha senso ribellarsi e che se ci si adatta tutto va meglio o va bene. Meglio e bene per chi?
Questa è una devastazione vera e propria, non è una questione di moralità o immoralità; su questo piano io non critico, non condanno, non giudico nessuna ragazza che si prostituisce. Non lo farei mai perché so il dramma di molte, so che molte finiscono lì: ma so che se si vuole che finiscano per forza lì e si fa addirittura una legge che le regolarizza in quanto prostitute invece che in quanto vittime della tratta, vuol dire che avremo comunque donne che non saranno illegali, clandestine e perseguibili perché saranno in qualche modo in regola con le norme burocratiche della immigrazione e del lavoro, ma queste saranno sempre schiave, cioè legate allo stesso meccanismo del debito e dello sfruttamento e alla reiterazione della schiavitù ai danni di ragazze sempre nuove che continueranno ad arrivare.

Affermare che “prostituirsi è un lavoro” e che è “una strada per guadagnare bene in poco tempo”, può danneggiare le vittime della tratta?
Assolutamente SI

In Svezia, la legislazione prevede che lo stato criminalizzi il cliente e tuteli la vittima della prostituzione. Secondo diversi studi, così facendo, la prostituzione in Svezia è calata di molto. Ritieni che questo modello possa essere efficace per combattere la tratta e la prostituzione nel nostro paese?
Non è vero che i clienti sono diminuiti, si orientano gli studi esattamente come si fa in Italia per dire che si fa molto contro la tratta: il numero delle vittime è stimato non in base alla realtà, ma in base ai risultati dei servizi antitratta: i numeri dei servizi dicono che più di 10 mila sono state aiutate in 10 anni? Bene, alloro si stima che le ragazze sono 12/15 mila, quindi tutte hanno avuto una opportunità di liberazione e moltissime l'hanno colta. Se, però quelle ragazze fossero stimate in numero maggiore, quei risultati non sarebbero positivi. Il problema della Svezia è non riuscire a capacitarsi del perché il problema sussista anche se esiste una realtà di liberazione sessuale diffusissima.
Il mio libro è stato tradotto in finlandese... chissà perché in quei paesi c'è la necessità di capire il problema.
La questione, allora, è rovesciare una verità presunta: il problema non sono i clienti e le prostitute libere. Il problema sono le schiave.

Secondo te perché i clienti comprano le donne per soddisfare i loro desideri sessuali e poi (alcuni di loro) decidono di aiutarle a fuggire dalla prostituzione? Non pensi che sia un comportamento contraddittorio e illogico? I clienti sanno che le donne sulle strade sono in realtà donne trafficate? E se sì, perché decidono di comprarle lo stesso?
E chi lo dice che lo sanno? Gli stessi che affermano che le prostitute sono quasi tutte libere? Ma se sono libere sono liberi anche i clienti.
In realtà, invece, è ancora necessaria una opera si sensibilizzazione, informazione, prevenzione rivolte al mondo maschile perché il maschio cerca tutte le scuse che spieghino e giustifichino il suo esser cliente.
Solo l'esperienza diretta porta il maschio a prender atto che quelle ragazze NON sono libere e a quel punto spesso decide di non esser complice, ma risorsa contro la tratta; ma deve affrontare un difficile percorso di consapevolezza nel quale nessuno lo accompagna o lo sostiene: si trova così ad esser criminalizzato moralmente, rischia multe e pene per un comportamento che è favorito parimenti da trafficanti e leggi.

Cosa proponete tu e la vostra associazione allo stato e alla società per contrastare e combattere la schiavitù sessuale delle donne straniere, sia a livello legislativo che educativo e sociale?
Il fenomeno dello sfruttamento delle nigeriane, e delle altre, è intenso da almeno 20 anni. Noi vittime ed ex vittime della tratta non chiediamo nulla perché lo Stato ci risponderebbe che da 20 anni finanzia il nostro sostegno e che le nostre richieste e proposte NON valgono o, meglio, valgono poco perché altri sono più qualificati di noi per formularle sulla base di conoscenze giuridiche, sociologiche, psicologiche, ecc. ecc.
Da molto fastidio allo stato che una organizzazione di vittime ed ex vittime, l'unica esistente in Italia e in Europa, parli; siamo le beneficiarie dei servizi e degli interventi che lo stato e le istituzioni ai vali livelli e in vario modo hanno posto in essere e diciamo come beneficiare, che NON funziona, che nove su dieci di noi non beneficiano di nulla, che nove su dieci diventano prostitute per colpa della inefficienza dei servizi dello stato e che non si sa ipotizzare altro che regolamentare la prostituzione, cioè fissare regole e modalità per regolarizzare il nostro sfruttamento.
Noi non possiamo dire bisogna fare in un altro modo, perché nel frattempo altri contestano le nostre proposte e difendono le loro.
Noi facciamo a modo nostro, allora: facciamo auto - mutuo aiuto, cerchiamo di farci sentire e dire la nostra verità, anche se è difficile perché ci mancano gli strumenti culturali per elaborare il pensiero e ci manca la malizia politica per proporlo ai tavoli dove le decisioni sono prese sulle nostre spalle. Per fortuna che MOLTI servizi sono validissimi, quindi non stiamo criticando tutti e chiunque; ma nell'insieme la realtà è questa. A noi è preclusa perfino la possibilità di aiutare noi stesse.
Insieme ad altre e a parti importanti della società civile, noi facciamo accoglienza, motiviamo, sosteniamo, accompagniamo ragazze nella ricerca di una via di uscita, “anche” attraverso i servizi, ma anche dopo, senza mai dimenticare che siamo sole quando i servizi hanno completato il loro intervento e ci considerano autonome, mentre noi siamo ancora in balia dei trafficanti, del debito, dei falsi pastori complici delle maman, delle comunità nigeriane complici, ecc. ecc.
Siamo sole contro la mafia nigeriana, una delle peggiori al mondo.

Quanto è importante dar voce alle sopravvissute della tratta e della prostituzione e perché la loro voce tende a essere meno ascoltata rispetto a quella di tante altre?
Per assurdo ha voce il Comitato per i diritti delle prostitute, non l'associazione vittime ed ex vittime della tratta: è così che si costruiscono una cultura ed una politica che a noi non possono offrire nulla.
Il problema non è il Comitato delle prostitute che fa quello per cui è nato; il problema è che il sistema, tra squilibri politici, sociali, morali, ecc. ecc. è miope. Il problema sono le donne alle quali sembra più facile ascoltare le prostitute delle vittime della tratta, perché la libera scelta è legittima, mentre esser vittime significa vittimizzarsi e, quindi, screditare moralmente le prostitute a vantaggio di quelle costrette a prostituirsi. Più facile sostenere che le vittime non esistono e tutte sono solo prostitute e basta, in modi e luoghi diversi.
Per noi non è così, ma ci è difficile dover sostenere una posizione come questa nostra che sembra ideologica, contrapposta alla ideologia di altri, mentre è la nostra vita reale ad essere in gioco. Per troppi sarebbe meglio se noi non ponessimo proprio il problema e per spingerci a questo non ci ascoltano: per noi è già cos' difficile anche solo parlare...






giovedì 21 febbraio 2013

Prostitute? No, sono schiave

Palermo: manifestazione anti-tratta in ricordo di Favour e Loveth
Un articolo veramente ben fatto sull'Espresso di questa settimana, molto utile per comprendere il business della mafia nigeriana sulla pelle delle donne tra Nigeria ed Europa, oltre i luoghi comuni.

Il negozio me lo indica con un cenno mentre ci passiamo davanti. Il quartiere è quello della Maddalena, decantato da De André. Dietro la vetrina, una ragazza nigeriana parla con una coetanea. "E' una Maman" mi spiega "una sorta di maitresse. E questo negozio è stato aperto grazie alla collaborazione di un italiano cui poi hanno regalato una ragazza per riconoscenza. In generale, tutti i negozi di parrucchiere o di cosmetici sono di copertura, servono a mascherare il traffico di ragazze". Ad accompagnarmi in giro per Genova è Claudio Magnabosco, fondatore dell'associazione "Le ragazze di Benin City" e marito di Isoke Aikpitanyi, una ragazza nigeriana vittima di tratta, ridotta in coma quando nel Duemila decise di sottrarsi ai suoi aguzzini. La raggiunsero in un parco a Torino quando era appena fuggita, la circondarono in tre e la picchiarono selvaggiamente finché una signora, attirata dalle urla, non chiamò la polizia. Isoke rimase in coma per tre giorni e le dovettero ricostruire l'arcata sopraccigliare.

L'operazione antitratta. Quello della tratta di esseri umani è un fenomeno di cui non si parla quasi più, come hanno denunciato anche i responsabili di Caritas Immigrazione durante il coordinamento della scorsa settimana: un traffico semiscomparso dalle cronache nostrane. Eppure proprio a gennaio una maxi operazione ha portato a ben 55 arresti, smantellando una rete internazionale che dall'Africa portava migranti in Italia. In manette è finito addirittura un mediatore culturale dell'Ambasciata italiana a Nairobi. Roba da prima pagina. E invece niente. E anche il giro d'affari era di tutto rispetto: circa 25 milioni di euro e proveniva dalla contraffazione dei documenti, dai proventi dei viaggi e dal vero e proprio commercio di persone.

Questione di Pil. In Nigeria, mi spiega Claudio, la tratta di esseri umani copre una percentuale del Prodotto interno lordo nazionale ed è gestita ad altissimi livelli. "Persone vicine alle istituzioni, molto potenti, che non si sporcano direttamente le mani ma gestiscono nell'ombra". E Claudio racconta la vicenda di Isoke: quando la ragazza chiamò i genitori sperando che potessero aiutarla, il padre, un funzionario del Tribunale, dopo qualche giorno le fece sapere che non avrebbe potuto far nulla: le coperture erano troppo potenti. "Si parlava, all'epoca, della moglie del governatore dell'Edo State, ma non ci sono prove". [...]

lunedì 14 gennaio 2013

La percezione del femminicidio e della violenza fra le vittime della tratta

Copio e incollo questo contributo di Isoke Aikpitanyi, pubblicato su Maschile plurale:

"Che succederebbe se le donne uccise in italia non fossero 100 ma 4000?"
E' una ipotesi, una provocazione? No, è un calcolo proporzionale riferito alle nigeriane uccise in Italia...per non dire delle donne dell'est, delle latine e delle altre straniere.
Il numero di donne italiane uccise nel 2012 ha superato le 120 unità; ogni giorno durante tutto l'anno è uscito un vero bollettino di guerra con nuove vittime del femminicidio.
Nei giorni scorsi, con alcune ragazze nigeriane che con me portano avanti l'Associazione vittime ed ex vittime della tratta, dando accoglienza e sostegno a giovani vittime, si siano incontrate a Genova per decidere come operare nel 2013.
Tira un'aria molto brutta per le nigeriane... eppure continuano ad arrivare in Europa e in Italia.
Solo nel 2012 in Italia sono state assassinate dieci nigeriane.
Dieci che rientrano nel numero delle donne vittime di femminicidio?
Alcune sì, altre no perchè non tutte le donne italiane e non tutte le donne impegnate contro il femminicidio contano tutte le donne assassinate e perchè comunque non esiste una lista del tutto attendibile sul numero complessivo delle donne uccise.
Ma anche quando avremo superato questo problema e tutte saranno sempre e comunque conteggiate e considerate, noi vittime della tratta faremo fatica a far capire che la percezione della morte e della violenza, fra noi è molto più forte e drammatica che fra le donne italiane.
Non è una questione banale: è che dieci nigeriane uccise su 15 mila (tante sarebbero secondo alcune stime e tante sono "tutte" quelle che secondo le stime sarebbero presenti in Italia) sono una enormità.

Nella indagine che tre vittime della tratta hanno realizzato nel 2011, avvicinando mille  ragazze nigeriane in Italia, è emerso che ciascuna di quelle mille ne conosce circa 10/15 altre: è come se attraverso di loro mille le avessimo avvicinate tutte quindici mila. E quando una è uccisa, sicuramente o la conoscevamo di persona o la conoscevano altre a noi molto vicine. Questa prossimità umana, questa conoscenza diretta e personale rende più penoso il dramma e rende più grave il terrore di poter essere uccise.
Ho scritto nel mio primo libro che le ragazze che sono costrette ad andare in strada, ogni sera prima di uscire di casa pregano Dio di non incontrare un balordo che le violenta e le uccide e di incontrare, invece, un uomo buono le aiuta.
La morte comunque è lì, brutale non solo quando conosci personalmente la vittima, ma anche quando ricordi che tu stessa l'hai scampata. Io l'ho scampata ..! E tantissime hanno rischiato o sono scampate.
Che 100 e passa donne italiane possano essere uccise è osceno, ma se le italiane fossero uccise con la stessa frequenza con la quale sono uccise le nigeriane, le donne uccise in Italia sarebbero 4 mila! Per fortuna questa è solo una ipotesi, ma è solo considerandola che le donne italiane potranno capire cosa si agita nell'animo di tante altre donne straniere e, quanto meno nell'animo delle nigeriane..
Se poi aggiungiamo la morte e la violenza che queste donne subiscono durante i loro viaggi, il quadro di insieme che ne esce diventerà insopportabile.
Ricordo, inoltre, quando mi intervistarono sugli stupri patiti dalle vittime della tratta: un giorno si e l'altro anche...- risposi - tanto che mi venne da dire che ogni africana violentata è una donna bianca che la scampa... Lo dissi intervenendo alla Casa Internazionale della donna, a Roma. Mi dicono sempre che è una frase terribile, ma è vera ed è anche peggio perchè noi siamo lo sfogatoio sessuale e di violenza dei maschi in Italia, maschi non solo italiani, si badi.
Questa nota ha lo scopo di evidenziare che contro il femminicdio bisogna mettere in campo molte energie, energie differenziate, ma che bisogna anche mettere in campo molte sensibilità diverse e bisogna avere la lucidità per conoscere il problema sotto tutti i suoi aspetti; il che vuol dire che la percezione della gravità del problema è diversa per le donne straniere e per le donne italiane, e vuol dire anche individuare che cosa bisogna fare per stroncare questo dramma.
Noi vittime ed ex vittime della tratta sappiamo, per esperienza, che i centri antiviolenza non sono operativi a nostro favore e lo sono solo in parte a favore delle donne straniere; non è una accusa o una critica. E' che i centri antiviolenza sono nati per una tipologia di attività rivolte soprattutto alle donne italiane; sono aperti anche alle straniere che, però, conoscono poco i servizi ai quali potrebbero rivolgersi per avere sostegno. E non è certo colpa loro, di queste donne.
Bastarebbe analizzare i dati dei centri antiviolenza per scoprire che questo è vero e che, quindi ci vorrebbero, tanto per cominciare, più attività di mediazione per far conoscere i servizi alle straniere e per accompagnarle ai servizi.
Per assurdo anche in un conto generico del numero delle donne uccise, una variante tra il 15 e il 25% delle donne vittime di femminicidio è costituita da donne straniere, ma le donne straniere non sono il 15/25% della popolazione femminile, sono molte di meno, il che evidenza ancor più che proporzionalmente, il numero delle straniere uccise è molto elevato.
A favore delle vittime della tratta sono previsti servizi diversi dai centri antiviolenza; ma se contro il femminicidio si chiede solo di rafforzare i centri antiviolenza, vuol dire che per le vittime della tratta si fa poco; i servizi antitratta sono quasi tutti a rischio di chiusura, sono privi di finanziamento, lo ha detto perfino don Gallo, alla Commenda, domenica 16 dicembre. Quindi contro il femminicidio bisognerebbe chiedere il rafforzamento dei centri antiviolenza e dei servizi antitratta.
Altrimenti ad un problema gravissimo come il femminicidio, si rischia di rispondere con una proposta risolutiva che lo affronta solo in parte.
Bisognerebbe anche mettere in campo la capacità di analizzare seriamente e serenamente cosa è stato fatto prima che i centri antiviolenza (e i servizi antitratta) perdessero la maggior parte delle risorse. Bisognerebbe guardare i risultati ottenuti e quelli non ottenuti e, magari, cambiare qualcosa.
Questo perché se le lotte delle donne e, in particolare, di SNOQ contribuiranno ad aumentare il numero delle donne impegnate in politica e nel governo, a me e a noi vittime ed ex vittime, nessuna donna che sta correndo in politica o che sostiene donne che correranno in politica, ha ancora detto che cosa farà per affrontare i problemi del femminicidio delle donne italiane e di quelle straniere: dobbiamo aspettare che siano elette per conoscere i loro programmi in merito?
Tutte queste criticità alimentano un senso di isolamento delle vittime della tratta dal resto della società civile, il che vuol dire che non credono nella possibilità di uscire dalla tratta e di inseririsi normalmente nella società civile, quindi non credono nei servizi, non credono nelle persone che parlano di loro, di noi, senza dire esattamente che cosa intendono fare.
Questo è un problema che riguarda le donne, perché queste rassicurazioni, gli impegni conseguenti e le decisioni nuove che dovrebbero essere adottate, le donne italiane DEVONO renderli espliciti a tutte le donne, utilizzando soprattutto il canale e lo strumento di operatrici pari o di mediatrici che provengono dagli stessi paesi delle donne alle quali bisogna parlare.
Il numero di queste donne "operatrici" è molto basso; chiediamoci allora come mai apparentemente mentre a molte donne italiane e a molti uomini è stata offerta è stata offerta la possibilità di lavorare, con uno stipendio, nella realtà della tratta, pochissime vittime ed ex vittime hanno avuto questa opportunità, quando è chiaro che le operatrici pari detengono la capacità spontanea di esser concrete; formare e valorizzare queste capacità spontanee sarebbe stato un investimento positivo, ma NON è stato fatto nulla in tale direzione.
Anzi neppure tutte le mediatrici in campo  sono delle "pari", ma sono semplicemente donne che provengono dallo stesso continente: è come se a sostenere una donna sarda che proviene dalla profonda barbagia, si impegnasse una finlandese, solo perchè sono entrambe europee. A stento riusciranno a parlarsi.
Non aver favorito l'auto-rappresentatività delle vittime e delle ex vittime è un problema concreto: se lo proponeva tanti anni or sono Leopoldo Grosso, numero due del Gruppo Abele e io gli ho dato ascolto fondando l'associazione vittime ed ex vittime della tratta che, però fatica a farsi ascoltare, perchè io fatico a rappresentarla operando in modo autogestito ed autofinanziato, e perché non mi si riconosce - a me e alle altre che operano con me - l'autorevolezza di quel che diciamo.
Invece di ascoltarci le donne italiane preferiscono fare il possibile per rappresentarci loro, prendendosi tutto lo spazio, cercando di capire, intepretare e rappresentare noi che vorremmo farlo direttamente. In questo modo si creano difficoltà tali che molte rinunciano e molte si adattano: alcune si adattano a prostituirsi, anche se non volevano prostituirsi, altre si adattano a diventare operatrici in un sistema che fa quel che può, certo, non si riuscirà mai a fare molto!) anche se sono consapevoli che si potrebbe fare molto di più.
Il titolo di questo breve documento, spiega quale è la percezione del femminicidio e della violenza tra le donne vittime ed ex vittime della tratta e, in particolare, tra le nigeriane che hanno un minimo di organizzazione per rappresentarsi, per auto-rappresentarsi.
Le nigeriane sono escluse dalla società bianca, vivono all'interno della loro comunità africana, percepiscono suoni esterni che, per loro, sono tutti suoni spaventosi, ma se a sfruttarle contribuisce il pastore pentecostale al quale si affidano, anche questo è peggio di ciò che le donne italiane subiscono dalle parole vergognose di un prete cattolico sessuofobo: i pastori, i finti pastori nigeriani, spesso sono i nostri sfruttatori...nessuno scende in piazza per questo e noi non possiamo farlo, perché siamo sole.
Provate ad immaginare, allora se non 100 ma 4 mila donne italiane fossero uccise ogni anno, pensate a quale angoscia, terrore vero si impadronirebbero delle donne se il dramma fosse questo.
Beh per noi vittime ed ex vittime, la situazione è esattamente questa.

mercoledì 19 dicembre 2012

Una legittima necessità (testimonianze - 6)


[Link all'originale: http://secretdiaryofadublincallgirl.wordpress.com/2012/08/19/a-legitimate-need/
Traduzione di Gabriele Lenzi che ringrazio]

C'era questa faccenda di Annawas14 su twitter l'altro giorno e stavo facendo il mio accesso settimanale/mensile per curiosare su twitter quello stesso giorno. Non sapevo di questa faccenda, ma sono finita a guardare alcune delle cose dette.
 
Oh rete. Ti amo e ti odio nella stessa misura.

Una cosa che qualcuno aveva detto mi ha davvero irritata. Era qualcosa più o meno come: "Criminalizzare una legittima necessità nella comunità non è un beneficio per nessuno." O qualcosa con questo significato. Una formula accattivante, devo dirlo.

Mi ha veramente, profondamente irritata.

Gli orgasmi non sono una legittima necessità. Mi è già capitato di fare questa puntualizzazione. Gli orgasmi sono il motivo per cui gli uomini incontrano le escort. Non ci vanno per la personalità attraente della prostituta o per la conversazione accattivante che può nascere o per l'atmosfera dell'ambiente in cui lei li accoglie. Ci vanno per fare sesso. Possono anche, incidentalmente, essere tristi, soli, patetici, qualsiasi cosa, ma ci vanno per fare sesso. Fine della storia. Possiamo per favore almeno superare questo punto, prima di tutto. Il sesso è il motivo per cui esiste la prostituzione. La prostituzione vende sesso. Gli uomini vogliono sesso.

Chiarito questo, sto presumendo che questa persona deve pensare che il sesso in sé sia una "legittima necessità".

No.

Il sesso non è una necessità. Non è un diritto umano. Il cibo è una necessità. L'acqua è una necessità. Se non ci procuriamo cibo o acqua moriamo. Se non ci procuriamo sesso moriamo. Ah no aspettate, non è che moriamo, semplicemente si è frustrati. Poi ci si abitua. E se il sesso è una "legittima" necessità, che cos'è una "illegittima" necessità mi chiedo? E perché questa "necessità" è solo per gli uomini? Senz'altro se il sesso è una "necessità" allora anche le donne devono necessitarlo regolarmente, per non consumarsi, così come sembra che capiti agli uomini. Eppure in qualche modo il mercato di prostituti non sta esattamente decollando. Gli uomini non vengono recensiti. La misura e la forma del cazzo degli uomini non viene discussa. Questa è divertente. Voglio dire: se il sesso è una necessità, perché queste cose non succedono?

Non ho fatto sesso per un lungo, lungo periodo, e molto tranquillamente sto bene. Ho un desiderio sessuale assurdo ma in qualche modo, in qualche modo, tiro avanti. Ho delle amicizie - sia maschi che femmine - che non hanno fatto sesso per anni. Siamo ancora vivi. Nessuna di queste persone si è consumata. Nessuna ha attraversato una furia omicida o stupratrice o ha intrapreso comportamenti depravati. Tutti i nostri organi sessuali sono ancora lì. Niente è marcito o si è staccato o ha chiuso bottega.

Ho anche sentito di gente che quando non può far sesso fa qualcosa. Com'è che si dice… desiderano avere un orgasmo ma non hanno partner o trombamici o cosaltro.

Ah sì. Si masturbano.

Si procurano un orgasmo da sé. Lo so. Geniale. La gente lo fa ogni volta che si rende conto che la loro "necessità", il "diritto umano" all'orgasmo non è soddisfatto. Pretendere che i bordelli siano un'ottima cosa perché provvedono alla "necessità" degli uomini (un orgasmo. Stiamo parlando di un orgasmo, forse due) è l'argomento più ridicolo che abbia mai sentito.

Ma chi ha scritto questo tweet non stava semplicemente dicendo che il sesso è una necessità, no. Stava dicendo che pagare per fare sesso sia in qualche modo una necessità. Neanche ho una risposta a questo. Fare sesso o averne bisogno è una cosa. Pagare per farlo è una cosa completamente diversa. E' un maledetto hobby. E' "divertirsi un po' " nella pausa pranzo prima di andare a casa dalle loro mogli.

Qualcuno sembra pensare che le prostitute salvino le "altre" donne dallo stupro. Trattenetemi. Immagino che queste persone credano anche che sia impossibile stuprare una prostituta. Che tipologia di donne ci sarà mai per "salvare" la prostituta dallo stupratore? Gli stupratori stuprano. Stuprano le nonne e le adolescenti e le prostitute e le proprie mogli. Stuprano le donne. Stupratori e uomini che sono sfortunati nel settore delle relazioni sessuali sono due cose parecchio diverse. Ma non entro in questo perché se lo faccio potrei davvero consumarmi alla fine.

E quale sarebbe questa "comunità" di cui parla? Una necessità legittima nella "comunità". Come una sorta di "centro sessuale" con finalità etiche. E' come se pensasse che il bordello di "Shameless" fosse una rappresentazione realistica della realtà. Dio mio. Riesco a pensare ad alcune "necessità legittime" in diverse comunità. Di cosa hanno bisogno le comunità? Integrazione, comunicazione, un senso di comunità, stato sociale, supporto sociale per i senzatetto e i tossicodipendenti, centri per la salute, centri sociali per bambini, polizia, sicurezza, facile accesso al sesso a pagamento…

Scherzo. Le comunità ovviamente non hanno bisogno di bordelli per svilupparsi. Che idea ridicola. Che idea offensiva. Si tratta di una parola accattivante per rendere la formula accattivante. Rimanda a gente che vive insieme e lavora insieme, si aiuta a vicenda, consiglia Alisha la polacca a un amico cliente perché lei è così amichevole e non richiede costi extra. E' questo il tipo di comunità a cui si sta riferendo? Perché non ho mai fatto parte di una comunità che "necessitasse" di un accomodante bordello locale.

Oibò.



domenica 25 novembre 2012

25 novembre

Oggi, giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne, pubblico le parole di una mia carissima amica e compagna di lotta, Ilaria B., che a caldo mi scrive le sue impressioni su un importante convegno che si è tenuto il 21 e 22 novembre a Milano, a cui avrei desiderato tanto essere presente: "Le parole non bastano", organizzato insieme dalla Casa delle donne maltrattate di Milano e Maschile plurale. Grazie, Ilaria.

Il convegno “Le parole non bastano” è stato, io credo, un evento di un peso e un’importanza che forse nemmeno ancora riesco completamente a immaginare, e che certamente si farà sentire, spero con effetti immediati e molto concreti. 
E non semplicemente perché è stato voluto e organizzato insieme da donne e uomini – certo anche, e non è una cosa da poco – ma soprattutto per le energie, le idee e in primo luogo l’esempio concreto di un nuovo tipo di relazione possibile tra uomini e donne. 
Perché se è vero che è con la relazione tra donne che si esce dalla violenza, come ha detto Marisa Guarneri, una relazione che è in primo luogo una “accoglienza come legame d’amore”, è anche vero che tanti e tante hanno affermato e messo allo stesso tempo in pratica, in due giorni di dibattito davvero appassionante, una relazione nuova, diversa, tra uomini e donne che è l’unica via possibile e praticabile per tentare di sradicare la violenza maschile contro le donne al suo punto di origine. E’ stato infatti ribadito da più parti, e a me pare che non lo si sottolinei mai abbastanza, che non è con la repressione – che, per carità, ci vuole ed è irrinunciabile – ma soprattutto con la prevenzione che occorre affrontare la violenza di genere. E, altra distinzione centrale, non è con interventi istituzionali ma con una collaborazione trasversale e a partire dal basso, dalla comunità, che possiamo sperare di venirne a capo.
Di un convegno che, giustamente, sottolineava il limite delle parole – in modo sottile, naturalmente, perché dialetticamente il potere della parola era continuamente evocato e agito – mi rimane una costellazione di termini e idee che non a caso continuavano a riemergere: emozioni, sentimenti amore, desiderio, relazione. La teoria di quello che è stato detto la conosciamo: è il racconto della difficoltà a fare emergere, a “dire” la violenza per poterla affrontare, curare, sanare, in chi la subisce, in primo luogo, ma non solo. La novità è che si è parlato, e con forza, della necessità di dire e dunque affrontare la violenza là dove nasce, e cioè in un immaginario condiviso sul quale dobbiamo lavorare, a partire, come luogo imprescindibile, dall’educazione, ma muovendoci anche in altri ambiti.
 Quello che è successo (sottolineo successo, e non semplicemente che è stato detto) è che è stato evocato e insieme praticato il tema del desiderio, dell’amore, della felicità. Era palpabile nella forma, sempre dialogica, di un confronto tra uomini e donne, in cui si sono articolati gli interventi. Ma non solo: era proprio la linfa che si sentiva scorrere, era nel pubblico, nelle pause, a pranzo. Una curiosità reciproca, un ascoltarsi attento e insieme entusiasta, dell’entusiasmo di una continua scoperta.
 So bene che si stanno tentando esperimenti di dialogo in più luoghi, in spazi più o meno virtuali, ma questo è stato, a mio parere, qualcosa di molto speciale. Forse perché il “partire da sé” è stato un collante fondamentale, al punto che, direi, nella costellazione delle idee e delle parole che circolavano e dominavano i discorsi, è stato l’idea più forte, la più sottolineata come l’ingrediente fondamentale di ogni risposta possibile praticabile alla violenza. Ne è nata una presentazione di esperienze che ha fatto nascere, a sua volta, nuove idee e proposte. Legate da un filo: la risposta non sta nelle istituzioni e non sta nella repressione. La risposta possibile è nella comunità, nell’attivare le sue risorse, nel cambiamento dell’immaginario, nel portare più persone a riconoscere la violenza e a rivolgersi ai centri antiviolenza. Il ruolo delle istituzioni non è ovviamente privo di importanza, ma è un ruolo che deve prendere le mosse e la direzione a partire dall’ascolto di chi contro la violenza lavora ogni giorno.
Sarebbe importante dare uno spazio a ciascuna delle voci che hanno declinato la relazione e le soluzioni in un intreccio di sfaccettature che dialogavano e si richiamavano. Per oggi deve bastare una parola: educazione. Lo ha detto l'assessore alle politiche sociali, lo ha detto un'antropologa che ha raccolto le voci delle donne che troppo spesso non trovano negli ospedali persone pronte a facilitare il racconto della verità (anche se, va detto, molte volte, per fortuna, le trovano), lo ha detto un magistrato, che ha spiegato che troppi magistrati, la polizia, gli avvocati (donne e uomini, va detto) sottopongono le donne a una ulteriore violenza, spesso scoraggiandole dal denunciare. La violenza per essere combattuta e fermata va in primo luogo riconosciuta e, ancor più fondamentale, detta. Le parole non bastano ma sono il primo strumento che abbiamo, possono essere molto potenti, possono servire a formulare la domanda giusta, alla quale deve seguire un ascolto educato a sentire e accogliere. E agire.

lunedì 12 novembre 2012

Facebook e la pedopornografia

Riporto la traduzione dallo spagnolo di un interessante articolo di Lydia Cacho che denuncia come gli stupratori di bambini agiscano praticamente indisturbati sul famoso social network. Ringrazio le ragazze di Un altro genere di comunicazione e S. per la traduzione. Il testo originale si può leggere qui.

Facebook e il porno - di Lydia Cacho

Fluttuano liberamente nel cyberspazio, sono i siti dei pedofili che, oltre ad abusare di migliaia di bambini e bambine, fanno uso delle loro pagine Facebook per mostrare il loro coraggio, narrando dettagli sulle loro azioni criminali.
"Guarda questa foto, l'ho presa quando aveva quatto anni, tenera e vergine" dice Roberto, che dalla Spagna fa mostra tra le sue fotografie di se stesso, mentre penetra bambine molto piccole. La pagina è stata denunciata a Facebook senza che nulla accadesse, la polizia spagnola non ha un reale potere nei confronti della Società, né ha la facoltà, dicono, di arrestare tutti quei soggetti che pubblicizzano i propri crimini nelle pagine le cui origini possono essere rintracciate con la più semplice tecnologia.
Per fare un'indagine qualche anno fa, mi sono unita ad un gruppo di uomini in rete, le cui conoscenze cibernetiche mi hanno insegnato a rintracciare i pedofili nel cyberspazio e a promuovere cause nei paesi dai quali emergono le immagini.
Un uomo scrive al lato di una foto con una bimba bionda "lei è una delle mie piccole lolite preferite, ora ha dieci anni, ma ha cominciato il sesso da quando ne aveva due".
Un altro risponde: "Oggi ne ha 17, ma ha cominciato a fare sesso a 4 anni ed è una vera cavalla ninfomane" . I soggetti si presentano come “Lolita lovers”, “Babyboylover”, “Il cacciatore di piccoline”, e altri soprannomi. In questi video e foto si vede chiaramente il viso delle vittime. Di tanto in tanto abbiamo denunciato alla polizia postale dei diversi paesi; si mandano i profili dei soggetti e gli indirizzi IP. 
Abbiamo persino localizzato un professore di Veracruz che su Facebook agganciava dei bambini e li manteneva in contatto attraverso il suo blog come professore di educazione fisica. La pornografia infantile è nella maggior parte dei caso una delle modalità del delitto di tratta di esseri umani.
È stato grazie ai cyber-attivisti degli Uomini contro la Prostituzione e la Tratta (Menapat, in inglese), Marcelino Madrigal, Richard Lepoutre e Raymond Bechard, che ho imparato a seguire i cyberpederasti, per poi indagare ed assicurarmi che la la polizia postale non solo faccia il lavoro di persecuzione del delitto (postare e far circolare immagini di pornografia minorile è punibile con la legge in molti paesi, incluso il Messico), ma anche che le indagini portino a rintracciare i posti dove si trovano queste bambine e questi bambini vittime degli abusi.
Un anno fa ho denunciato questo tema durante l'intervista che mi fece Michelle Bachellet durante la consegna di un premio a New York. Ho utilizzato l'assemblea per spiegare il mio lavoro ed esigere che FB rispondesse. Newsweek pubblicò i dati con le prove che avevo portato. Facebook provò a negare le mie affermazioni provando a spaventarmi attraverso i propri avvocati newyorchesi, a chiedermi di smettere di dialogare, e alla fine, a causa deii fatti e delle prove che ero riuscita a far pubblicare dalla rivista nordamericana, Facebook dichiarò che "stavano lavorando sul caso". 
Il mio profilo Facebook, attraverso cui indagavo su questi temi, venne chiuso con la motivazione di "cattivo uso della rete sociale".
E' importante sottolineare che iscriversi a Facebook è gratuito, ma la Società guadagna basandosi sulla sua quotazione in borsa grazie ai milioni di persone che utilizzano i suoi prodotti.
Una fonte interna a Facebook mi ha detto a Washington che non faranno mai quello che ho richiesto di fronte al Senato nordamericano in paesi che non hanno leggi sufficientemente severe per esigerlo. Gli Stati Uniti sono il paese con il maggior numero di utilizzatori di Facebook , seguito da Indonesia, Gran Bretagna, Turchia, India e Messico.
L'unico paese col quale l'azienda collabora nel mantenimento delle foto segnaletiche dei bambini scomparsi sono gli Stati Uniti. Non si tratta di censurare, ma di rendere semplicemente più sicura la rete ed esigere che coloro che guadagnano attraverso di essa facciano anche investimenti etici per protegge l'infanzia.
In Messico esiste una polizia postale, ma non è sufficiente, la cosa più urgente da fare è ottenere che Facebook e tutte le società che si occupano di Reti sociali, incluso Twitter, si assumano le loro responsabilità nel:
1) mantenere le informazioni dei profili denunciati senza cancellare l'impronta che possa condurre le autorità a improgionare l'aggressore.
2) investire le risorse necessarie per bloccare la pedopornografia nelle sue reti.
3) lasciarsi coinvolgere nella creazione di programmi che registrino i volti dei minori abusati, in quei paesi in cui hanno milioni di utilizzatori.
4) smettere di ostacolare gli attivisti che denunciano il loro disinteresse nel proteggere l'infanzia. 
Se anche tu vuole unirti ai più di un milione di firmatari di questa petizione, clicca qui: http://www.causes.com/causes/580526-force-facebook-to-block-all-child-pornography